Un mondo di plastica

L’eccessivo utilizzo di plastica è la prima causa dell’inquinamento mondiale. Una contaminazione dell’aria che ha portato alla morte, nel 2020, di oltre sette milioni di persone (secondo la rivista Lancet), concentrate principalmente nei paesi che emettono più gas serra, Cina, India e Pakistan.

L’inquinamento da plastica è un’emergenza globale, da porre sullo stesso piano di quella del cambiamento climatico o della perdita di biodiversità. Il recente rapporto della Environmental Investigation Agency (EIA) afferma l’esistenza di una cascata di prove di danni causati dalla plastica e l’immediata necessità di un nuovo solido trattato delle Nazioni Unite, con lo scopo di regolamentare il problema.

 

Se questa ondata di inquinamento continua incontrollata, la plastica prevista nei mari entro il 2040 potrebbe superare il peso collettivo di tutti i pesci nell’oceano”. Continua così il rapporto, evidenziando tutta la drammaticità di un problema sempre più asfissiante: studi scientifici hanno trovato plastica ovunque, negli oceani, nell’aria, negli stomaci degli animali marini e persino nella placenta umana.

Respiriamo plastica di continuo, tutti i giorni: uno studio della rivista Environmental Science and Technology, ha stimato che ogni essere umano consumi più di 250 mila particelle microplastiche all’anno, sommando anche l’assorbimento tramite inalazione e il consumo d’acqua in bottiglia.

 

Le vittime, però, non sono “solo” vite umane. Nell’ultimo anno, delle 8,4 milioni di tonnellate di sostanze plastiche prodotte a livello globale entro il mese di agosto, 25.900 tonnellate sono state rilasciate nell’oceano, il 71% delle quali ha raggiunto le spiagge entro la fine dell’anno – con un restante 29% depositato sul fondale marino. Il risultato è la morte ogni anno, di circa 1,5 milioni di animali uccisi dalla plastica, secondo le stime dell’Istituto francese di Ricerca per lo Sviluppo (IRD).

 

Da anni, il trattamento, lo smaltimento e il riciclaggio dei rifiuti non è stato in grado di seguire la quantità dei prodotti utilizzati. Una possibile e (quasi) immediata soluzione è l’imposizione di un nuovo trattato internazionale da parte delle Nazioni Unite.

Di fianco agli accordi multilaterali sulla perdita di biodiversità e sul clima, esistenti ormai da trent’anni a livello globale (dai risultati ovviamente negativi), non esiste alcun trattato riguardante il tema della “crisi della plastica” e, anzi, è stato addirittura osteggiato da alcune nazioni.

Il quadro generale vede quindi tante promesse ma pochi fatti. Secondo stime recenti, più di cento paesi sono favorevoli ad un trattato da proporre nella prossima Assemblea delle Nazioni Unite per l’ambiente (tra febbraio e marzo). L’opposizione, però, rimane comunque rilevante, proveniente da paesi dal forte impatto globale: il Giappone sembra che stia cercando di sminuire l’ambizione del trattato, mentre altri stati del Golfo Arabo e la Cina (maggior produttrice mondiale di “plastica vergine”, ovvero quella prodotta utilizzando materie prime, piuttosto che riciclate) rimangono in silenzio.

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha annunciato il suo supporto all’iniziativa globale, precedentemente contrastato dall’ex presidente Trump. Il dubbio rimane nell’approvazione o meno del Congresso, dato che la maggior parte delle materie plastiche sono prodotte da petrolio e gas, entrambe forniti dagli USA. Per esempio, la “ExxonMobil” (una delle principali compagnie petrolifere americana) è la maggior produttrice di plastica monouso del pianeta, la quale in una recente inchiesta di Greenpeace UK – “Unearthed” – è stata messa sotto indagine per aver utilizzato gruppi di facciata per sottrarsi alla regolamentazione sulla plastica e sulle sostanze chimiche tossiche.

 

Il problema, come quello climatico e della biodiversità, è serio e il tempo che ci rimane non è molto. Secondo il rapporto “The plastic waste makers index”, sono solo poche aziende a rappresentare la maggior parte della produzione mondiale di plastica. Questo fatto mostra la necessità immediata di intervento dei cosiddetti “poteri forti”, dalle istituzioni intergovernative alle organizzazioni internazionali ai singoli Stati. L’impegno è quello, oltre creare una “cultura al rispetto ambientale”, di delimitare il più possibile l’inquinamento di questi colossi economici, attraverso anche sanzioni e forti limiti temporali. Il dubbio è sempre lo stesso: preferire un guadagno immediato o la sopravvivenza futura. Paradossalmente, sappiamo già ad oggi qual è la risposta.

C’è un ticchettio mortale che conta rapidamente alla rovescia” – Tom Gammage dell’EIA.

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Arienti Stefano

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