A Pasqua da Piero

Chissà per quale onirica o infantile convinzione ho sempre legato il nome della città di Sansepolcro alla presenza della famosissima Resurrezione di Piero della Francesca, quasi il nome della città dipendesse dall’emanazione di prestigio dell’opera, o addirittura la città stessa fosse stata edificata quale scrigno di conservazione. Come si sa, in realtà la città è molto più antica – ha quasi mille anni in più –, ma certamente, questo sì, la fama della città è in gran parte legata al nome di Piero, sommo pittore rinascimentale che ha viaggiato moltissimo, ma ha sempre avuto uno strettissimo legame con il proprio borgo natio, in cui, peraltro, è anche morto.

La fama di Piero e i caratteri della sua “sommità” sono legati anche al fatto indiscusso della sua presenza costante all’interno della storia dell’arte successiva, e in particolare del novecento, fino ai nostri giorni. A titolo di esempio basti citare quanto esplicitamente David Hockney ammetta di dovere al maestro rinascimentale in ordine alle proprie riflessioni su forme e colori. È tuttavia al Battesimo di Cristo che è soprattutto legata in particolar modo la riflessione dell’inglese circa l’operato di Piero, mentre è appunto della Resurrezione che qui vogliamo un po’ – nella migliore tradizione di questa rubrica – parlare. Si tratta di un capolavoro della storia dell’arte di tutti i tempi, modello per infiniti epigoni, punto di riferimento per l’interpretazione di numerosissime opere. Non è di questo che vogliamo occuparci, ma semplicemente riflettere su alcuni aspetti di immediata e non banale rilevanza di ciò avremmo davanti agli occhi se, appunto, avessimo scelto (e il consiglio si ravviva sempre più!) di passare qualche momento, in questi giorni di pausa pasquale, nel succitato e famoso borgo della Toscana, ma situato tra Emilia, Marche e Umbria. La Resurrezione di Piero, intanto, è un’opera che subito cattura l’attenzione per la luce che emana. Posta sul lato corto della vecchia sala consigliare, ora adibita a spazio espositivo, attrae con una forza straordinaria l’occhio che va abituandosi alla debole luminosità del luogo. Si osserva subito che la luce proviene in particolare dalla parte alta del dipinto. Esso è infatti chiaramente diviso in due parti, una superiore, in cui domina appunto la luce del cielo azzurro, e una inferiore, in cui il buio sembra farla da padrone. Tra le due parti si impone la figura di Cristo che, luminoso anch’egli, e in quest’ottica il biancore del suo corpo che porta ancora i segni della morte è possibilità di maggiore luce, che è il centro di tutto. Da lui, si potrebbe dire, prende avvio la luce, alle sue spalle sembra generarsi quella rinascita che in questo momento sta impersonando con la sua sconfitta della morte. Di tale rinascita possono già apprezzarsi i segni nella parte del quadro alla sinistra di Gesù. Qui si vedono le colline (nei dintorni di Sansepolcro?) in cui la vegetazione ha cominciato a rifiorire, le foglie sugli alberi, le piante intorno, mentre alla nostra sinistra vi sono alberi ancora spogli e terra brulla. Il quadro è dunque diviso in due sia secondo l’asse trasversale che secondo l’asse longitudinale, in modo da far risaltare ancor più la centralità di Cristo nel tempo e nello spazio e il punto di non ritorno per la storia che è la presenza di Cristo. Ma non è tutto, la geometria del dipinto manifesta anche un’altra interessante forma. Con la posizione del suo corpo Cristo descrive un triangolo isoscele che si dirama verso il basso che va a coprire, cioè a illuminare con il suo abbraccio anche la parte più in ombra, il luogo in cui ancora sembrano vincere il sonno e l’oblio, come testimoniano i guardiani addormentati. La figura del Cristo che sovrasta il sepolcro, con fare anche un po’ sprezzante dato dalla postura elegante, ma popolare (si veda il piede in bella mostra sopra il marmo della tomba) segna anche la possibilità di redenzione di chi, come i soldati, come noi (nel soldato che abbraccia la lancia Piero ha deciso di ritrarre se stesso), è ancora addormentato, non sta ancora guardando ciò che è accaduto, ma è, in qualche modo, invaso dalla sua luce. Nella mattina della Resurrezione tutti siamo convocati dall’imporsi della luce. Buona Pasqua.

 

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Arienti Stefano

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