Arte e ambiente: Giacomo Braglia

Comincia qui un percorso che ci porterà a conoscere vari artisti che hanno nella loro opera posto particolare attenzione al tema dell’ambiente, ovverosia, detto in altre parole, hanno riflettuto su come l’arte si relazioni con la natura, con ciò che da sempre ha circondato e ha accolto l’uomo. 

Il percorso comincia da vicino, la prima tappa vede come protagonista un giovane, giovanissimo artista: Giacomo Braglia.

Svizzero di nascita, ha forse avuto modo più che in altri paesi di vivere fin dall’infanzia un contatto più diretto con la natura e forse proprio qui risiede l’origine dei suoi mirabili tentativi di mettere in relazione il mondo dell’uomo, le sue creazioni, le sue invenzioni, ma anche le sue storture, i suoi errori, le sue contraddizioni. È così che possiamo, senza particolari introduzioni, senza particolari aiuti, entrare in contatto con l’opera dei Braglia. Nelle sue sculture si capisce immediatamente la volontà e il desiderio di porre una linea di continuità, di non lasciare demarcazione alcuna tra ciò che è natura, ciò che è ambiente, e l’opera stessa. Come dice egli stesso, nell’intervista rilasciata per The Minder a Lorenzo Lupo, il percorso che lo ha condotto all’interesse per l’ambiente nasce dalla fotografia, che ha iniziato ad esercitare fin da piccolissimo imitando il padre e il nonno: fotografia della realtà, delle cose e delle persone (che ha conosciuto nei suoi viaggi intorno al mondo, in Africa in particolare). E proprio alla fotografia sono strettamente legate le sue opere che più hanno a che fare con il tema ambientale. Le installazioni degli anni più recenti sono infatti il prodotto dell’uso di una particolarissima e innovativa tecnica che si chiama wrapping. Con materiali e strumentazioni all’avanguardia provenienti dal mondo industriale (sic!) Braglia avvolge letteralmente le sue opere con una pellicola che aderisce perfettamente ad ogni parte della scultura (in gesso, alluminio o acciaio). Sulla pellicola “incollata” è stampata, lungo tutta la sua superficie, una foto di Braglia che ha lo scopo di portare l’osservatore con ancora più forza all’esperienza di conoscenza che l’artista intende proporgli. Chi vede le opere di Braglia (pensiamo, ad esempio, a #Mr.Sustainable, The Journey o #Wasteland – collegarsi alla rete per vedere e cominciare a farsi un’idea di queste cose e, non appena possibile, andare a fare l’esperienza diretta, “in presenza”, come ormai usa dire), è anch’egli avvolto (wrapped) in un coinvolgimento che lo immerge nella metafora creata dall’opera e gli avvicina il messaggio dell’artista. La natura e l’ambiente circostante sono così percepiti come contigui all’osservatore, che ne diventa, in qualche modo, alleato. Le opere di Braglia sono infatti sempre collocate (ove possibile) nella natura, all’esterno, in un prato o anche in acqua (caso famoso quello di Twin Bottles a Venezia), in modo da facilitare quella continuità tra uomo e natura di cui si diceva all’inizio, che l’artista vuole suggerire. Ma c’è di più. Ad un primo approccio alle opere si è innanzitutto rapiti dalla preponderanza delle forme – le installazioni di Braglia sono di grandi dimensioni – dalla magniloquenza delle scelte che alludono anche al grande passato classico della scultura e solo in un secondo momento si può apprezzare la scelta del wrapping. In questo frangente, tuttavia, quando ancora non si è colta l’immagine riportata sulla superficie, si ha l’impressione che la scultura sia riflettente, sia quasi uno specchio di ciò circonda la scultura stessa, sembra proprio che la superficie della scultura riproponga ciò che le sta intorno. Questo effetto riflettente, che facilmente fa venire alla mente l’Anish Kapoor di Chicago (Cloud Gate o, più popolarmente, “il fagiolo d’acciaio”), permette di cogliere un significato centrale dell’opera di Braglia, che è anche un significato fondamentale dell’arte stessa in tutte le sue forme: riflette noi stessi per farci riflettere su noi stessi, su ciò che abbiamo al nostro fianco e intorno a noi. L’opera infatti apre così alla comunicazione tra due mondi, diventa effettivamente un gate, un cancello che spalanca alla conoscenza, con una nuova modalità di fruizione e con una nuova coscienza, non solo dell’opera stessa, ma anche di ciò che abbiamo a disposizione tutti i giorni (la natura e l’ambiente innanzitutto) e che magari diamo per scontato o di cui non consideriamo il valore inestimabile.  L’opera di Braglia si colloca così pienamente in un campo di interesse alto e non semplicemente legato a spinte e suggestioni passeggere, bensì apre a nuovi orizzonti pur nel solco della storia della grande arte.

 

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Arienti Stefano

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