Arte e ambiente, puntata II: Alberonero

Land artist, street artist, pittore, scultore o altro? A lui poco importa. Ama infatti definirsi semplicemente operatore visivo. In costante ricerca, in costante movimento, Alberonero è guidato dal desiderio di comprendere ciò che gli sta intorno, in una sorta di ritorno all’ambiente naturale. Tutti i suoi progetti, diversissimi tra loro (guardare per credere: www.alberonero.it), sono caratterizzati dal tentativo di creare legami, collegamenti, nessi tra l’ambiente umano e quello della natura per guidare l’uomo ad accorgersi di essa, a rendersi conto, innanzitutto, della sua bellezza.

Vanno in questa direzione le opere della serie “graffittara”, impropriamente detta, perché come si può agevolmente vedere, Alberonero dipinge superfici enormi di edifici con grandi campiture uniformi di colore che riempiono quasi sempre spazi di forma quadrata; “la forma geometrica del quadrato, primaria e statica, viene resa dinamica dal colore e dalle sue sfumature in una dimensione minimalista e astratta in cui la relazione tra uomo e spazio viene ridotta a delle sensazioni cromatiche. I quadrati cambiano dimensione o ruotano, si sovrappongono o si susseguono in file ordinate, si influenzano l’un l’altro cambiando colore e tonalità a seconda dei quadrati vicini per poi arrivare a formare un insieme che abbia un preciso senso visivo” (collater.al). L’occhio nota la differenza cromatica rispetto al resto della costruzione e così, seguendo le scale cromatiche, che diventano scale sulle quali l’occhio ascende, si è portati verso l’alto e a staccare verso il cielo. Le facciate degli edifici cambiano così aspetto: non solo si dinamizzano e si prestano al movimento, schiudendo quasi le pareti, ma si aprono al mondo, al cielo, alla natura, appunto. Viene così creata una continuità tra costruzione stessa e cielo, tra opera dell’uomo e natura. 

Stessa o simile esperienza avviene con altre opere come Pila, Monteimmagine, Duna o Molo. Sono opere completamente immerse nella natura, ma che, a loro volta, creano un nuovo ambiente, leggerissimo perché i materiali sono tulle, rami, pellicole trasparenti che non fanno altro, ancora una volta, che portare attenzione sulla realtà circostante, facendone notare l’importanza e, come si diceva, la bellezza. Persino opere come Supercività, realizzata a Civitacampomarano in Molise in occasione del Cvtá festival (2018), o Villa 26, che apparirebbero un monito di allontanamento, di straniamento e distanza rispetto al luogo che li accoglie, dopo un breve tempo di acclimatamento dell’occhio e del corpo, appaiono con una straordinaria forza immedesimativa. Esse diventano un’opera-specchio per poter cogliere ancora meglio, con ancor più efficacia e partecipazione, la bellezza del luogo nel quale l’opera è inserita. Anche i materiali scelti concorrono a creare questa dicotomia che viene subito sanata non appena si ha il tempo di farsi toccare dalla scultura. Supercività, ad esempio, è una scultura composta da tre diversi blocchi, a forma di cubo, posti in verticale, uno sopra l’altro. Il primo  è costituito da una gabbia fatta con i tondini di ferro usati per il cemento armato. Il secondo cubo è interamente ricoperto di superfici a specchio. Il terzo è invece formato da reti in fibra di vetro dipinte e “vuole essere la traduzione del circostante attraverso una nuova chiave di colore”. Una leggerezza crescente, ma già allusa dal vuoto della base, che porta, anche qui, ad un movimento ascensionale. La scultura ha dunque una forza centripeta poiché si impone con i suoi blocchi, ma con una discrezione per cui presto capiamo che è un servizio reso alla realtà che la circonda, rinnovata e riqualificata dalla presenza della scultura.

Altri interessanti progetti possiamo incontrare ad opera di Alberonero. L’ultimo (2022) si può vedere a Lodi, sua terra natia, a Platea Palazzo Galeano, si chiama Penso Pianura ed è una riflessione proprio sul luogo di origine, sulla terra in cui un uomo nasce e cresce. Ancora il colore la fa da padrone individuando zone e confini, presenze e allusioni, anche grazie alla forza impositiva del tralcio di vite che segna il punto fermo dell’opera.

È difficile dare una lettura univoca del lavoro di Alberonero, tuttavia pare di individuare un filo rosso nella sua produzione: la discrezione. Le sue opere sono lievi, dolci, rispettose. Si accostano all’esperienza chiedendo sottovoce di essere guardate, osservate, comprese, ma sempre per indicare altro, per far notare qualcosa che c’era già e di cui, magari, non ci eravamo neanche accorti.

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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