Con Adrian Paci più vicini alla Passione

Nel centro di Milano, in via Moscova, in una chiesa, San Bartolomeo, certo non tra le più famose e note della città, si trova, dal 2011, un piccolo tesoro: la Via Crucis fotografica di Adrian Paci. Si tratta del tradizionale percorso in 14 stazioni che l’artista albanese ripercorre con tutta la profondità della propria esperienza personale e artistica. La visita vale di per sé, ma, essendo vicini alla Pasqua, è più che consigliabile per la sua straordinaria forza di attrazione ai Misteri della Passione, in particolare per chi, come noi, vive in un’epoca in cui questi sono avvertiti come piuttosto marginali nella normale gestione della vita quotidiana. 

Tanto per cominciare, Paci è un artista albanese emigrato in Italia nel 1992; in fuga dai disordini creati dalla caduta del comunismo, approda a Milano dove avviene la sua formazione artistica. La sua arte spazia tra vari generi e strumenti: pittura, fotografia, installazioni, video… Famosi sono i suoi lavori Centro di permanenza temporanea del 2007, in cui fa salire centinaia di persone su un carrello a scale di quelli per entrare in aereo (ma l’aereo non c’è!), oppure The Column (2003): un blocco di marmo in viaggio dalla Cina all’Europa viene lavorato sulla nave da una squadra di operai che ne fanno una colonna in pieno stile classico.

La Via Crucis di San Bartolomeo è un unicum nella sua produzione artistica perché mai come in questo caso Paci si confronta con il tema religioso in modo così esplicito e diretto. Ciò che colpisce è però l’assoluta agilità con cui si muove anche in questo campo, probabilmente perché l’interpretazione del tema è totalmente in linea con certe caratteristiche della sua proposta artistica. La Via Crucis è infatti un’opera per tutti. Innanzitutto ha scelto un canale comunicativo – la fotografia – che è attualmente il più popolare, e in questo Paci è stato forse anche un po’ profetico perché nel 2011, pur essendo certamente già cominciata l’attuale era di strapotere dell’immagine, non era ancora così diffuso il suo utilizzo spropositato in ogni ambito della comunicazione (per dirne una, Instagram venne lanciato proprio quell’anno). Probabilmente però l’elemento che più ancora avvicina l’opera al pubblico moderno è quella, tutta in stile Pasolini (la Via Crucis di Paci è costruita sul canovaccio del Vangelo secondo Matteo), di scegliere una rappresentazione degli eventi della Passione che il meno possibile si distacchino da un’esperienza comune di vita quotidiana. Scenari e personaggi sono infatti del tutto comuni, semplici, in essi rivediamo luoghi e persone della nostra giornata, dei nostri momenti di gioia e dolore, in una parola, familiari. La familiarità e la semplicità arrivano direttamente all’osservatore che non può essere che attratto, anche soltanto dalla differenza creata tra le scene popolari e la magniloquenza degli eventi narrati. Ma c’è altro. Le fotografie, anche per garantire una certa durata nel tempo, non sono stampate su semplice carta, ma hanno subito un sofisticato processo chimico e sono stampate in bianco e nero su un supporto in alluminio. A causa della particolare modalità con cui la luce si rifrange sul materiale, all’osservatore è chiesto uno sforzo di posizione e accurata attenzione anche del corpo per poter cogliere nella loro pienezza forme e contorni. Così, in qualche modo, si partecipa anche attivamente al percorso, si è convocati con tutto se stessi all’evento della Passione che, ancora una volta, viene nuovamente avvicinato a chi vi si vuole rivolgere. Da ultimo, ma non per importanza, è da rilevare il forte impatto delle scelte rappresentative di Paci. I soggetti rappresentati dominano la scena, pur nella loro discrezione, e colpiscono proprio per la loro purezza, e al contempo la loro durezza, cosicché l’osservatore è ancor più chiamato a star davanti all’evento senza possibilità di schermirsi dietro a leziosismi sofisticati. La Via Crucis di Paci ci avvicina alla memoria e in essa fa dimorare gli straordinari e imperituri eventi della Passione di Cristo. 

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Arienti Stefano

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