Facciamo parlare l’arte?

Cerchiamo di cominciare con il piede giusto, quindi meglio mettere in chiaro come stanno le cose veramente. Sì, perché il nome di questa rubrica è “Facciamo parlare l’arte”, ma, diciamolo subito, l’arte non parla, non dice niente, non spiega, non dà istruzioni; nessuno di noi ha mai sentito la voce della Gioconda o potuto ascoltare avvertimenti di lettura da un quadro di Escher. Certo, è altrettanto vero che, se non parla, senz’altro essa non tace, non è muta, ma al massimo l’arte, quella vera, quella autentica, evoca, apre, mostra, indica, insegna. Casomai siamo noi che facciamo parlare l’arte, con tutti i pericoli che questo comporta. Si parla tanto intorno all’arte – senz’altro c’è tanto da dire -, ma spesso se ne parla anche troppo e a sproposito, si rischia di farle dire cose che lei non intendeva affatto. Spessissimo davanti all’opera ci si ferma e si aspetta la spiegazione (della professoressa, della guida o addirittura dell’audioguida…) e proprio questa abitudine ha creato in noi la credenza che l’arte parli, ma non è proprio lei a parlare. Siamo noi che, volendo spiegarla, volendo circoscriverla, ne parliamo e così facendo chiudiamo un po’ i conti con l’opera mettendoci il cuore in pace con l’apodittica frase: “ah, quest’opera ci dice che…”, ma l’opera non ci ha proprio pensato a dirci qualcosa. Appunto: l’arte non parla

Che cosa fa allora? Non cercheremo di dare una definizione e dire che cosa essa sia, accodandoci indegnamente a tutti quelli che nei secoli ne hanno dato immagini straordinariamente vivide. Piuttosto è bene mettersi in un atteggiamento di attenzione, di tensione percettiva, di ascolto, per provare a capire che cosa succede quando siamo al cospetto di una grande opera. Ecco: che cosa succede quando ci mettiamo davanti ad un’opera d’arte, quali sensazioni, quali emozioni, quali rivolgimenti, quali mutamenti genera in chi vi s’accosta? Guardando la Venere di Milo, o immersi in un’installazione di Damien Hirst, oppure alzando gli occhi nella Cappella Sistina, o ammirando la dovizia del Canaletto, che cosa accade? Quando ci mettiamo in una posizione di ricezione, di attesa, impegnando tutti i sensi, protendendo le nostre capacità percettive verso quanto abbiamo davanti, che cosa ci succede? Succede che si apre un varco, si intende un linguaggio; c’è un rapporto che l’opera è in grado di creare con chi desidera mettersi in relazione con essa, con chi sceglie di farsi colpire, investire, a volte anche abbattere, dalla sua forza, dalla sua pervasività, dalla sua evocatività. Dando il tempo all’opera di stabilire un contatto con noi permettiamo a questa di aprirci al suo mondo. Questo è quel che succede con la vera opera d’arte: un dialogo senza parole, ma con la piena partecipazione di tutti noi stessi, con il pieno coinvolgimento dei nostri sensi e del nostro intelletto. 

Potremmo dunque dire che l’arte non esiste se non c’è qualcuno che, in qualche modo, vi prende parte, l’opera non esce da se stessa se non c’è qualcuno disposto ad accettarla, a farle spazio dentro di sé, a concederle qualcosa di proprio; l’opera non è comprensibile in una oggettività astratta, distaccata, deferita; ha bisogno di noi, ha bisogno di me e di te per essere se stessa, per darsi. È come una bambina, bellissima, ma ancora troppo piccola per parlare e potersi sostentare da sola; perciò ha bisogno di tutta la nostra attenzione per poterla capire, per darle ciò di cui ha bisogno e poter far sì che possa crescere e diventare sempre più grande e bella ed essere così conoscibile da tutti. Tutti noi abbiamo questa grande responsabilità: permettere che l’arte siaChissà che Wilde non avesse in mente proprio questo quando affermava “non l’artista dovrebbe essere più popolare, ma il pubblico dovrebbe essere più artistico”, intendendo in questo modo non screditare il pubblico, ma, al contrario, esaltarne le responsabilità, sottolineando l’importanza del contributo che ciascuno può dare alla conoscenza e al significato dell’arte.

Ed ora taciamo, guardiamo e stiamo a sentire e, così, facciamo finalmente parlare l’arte.

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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