Insieme a Firenze le tre Pietà di Michelangelo

A noi uomini del ventunesimo secolo la parola “pietà” suona lontana, desueta, forse anche vecchia, inadatta a descrivere aspetti della nostra contemporaneità; essa è percepita, piuttosto, come legata a eventi del passato, specialmente se provenienti dalla religione, o dalla letteratura, e dall’arte naturalmente. Pare che il mondo contemporaneo non abbia tempo per una parola come questa che evoca sensazioni di incenso, sagrestia e vesti talari. Tuttalpiù sentiamo questa parola pronunciata, spesso con fare ironico, in frasi come “fai proprio pietà!” oppure “è una scena che fa pietà”; più raramente la si usa per descrivere l’atteggiamento di chi è sensibile verso la situazione di necessità di qualcun altro in frasi come “si è mosso a pietà” o “mi affido alla tua pietà”. Come può allora un’opera d’arte così intitolata essere oggetto dell’interesse dell’uomo di oggi? C’è qualcosa che permette di andare oltre il puro studio del documento artistico? Perché nel 2022 si dovrebbe andare ad ammirare un’opera che, anche iconograficamente, è lontana dall’esperienza comune? 

L’evento straordinario in corso a Firenze permette di rispondere come non mai a tali quesiti. Al Museo dell’opera del Duomo, fino al 1° agosto, si possono ammirare (in forma di calchi) la Pietà vaticana, normalmente visibile in S. Pietro a Roma, la Pietà Bandini, proprietà del Museo di Firenze e la Pietà Rondanini, conservata a Milano al Castello sforzesco. L’esperienza di Michelangelo che si mostra nella successione delle tre pietà, scolpite in tre diversi periodi della sua vita (dalla giovinezza alla senilità) è ciò che abilita a comprendere che cosa può ancora significare, anche per noi, la parola pietà; perché non si tratta, come in tutta la grande arte, semplicemente della riproduzione di un canone, della rappresentazione di un evento centrale nella religione cristiana, ma proviene dalla vita vissuta da quell’uomo straordinario che è Michelangelo Buonarroti ed è, in quanto tale, capace di parlare all’uomo di tutti i tempi, di tutti i luoghi e di tutte le religioni. La pietà non è solo quella della Madonna e di suo figlio, la pietà è quella presente in ciascuno di noi davanti a quelle opere straordinarie che, in modo crescente nelle tre statue (facilmente si possono recuperare le notizie critiche circa la composizione delle tre opere), sono la documentazione di ciò che Michelangelo ha provato e sofferto mentre vi stava lavorando (in questo senso la presentazione della mostra cita, significativamente, un ben chiaro verso di Dante: “Non vi si pensa quanto sangue costa”, riferito non solo al sacrificio del Cristo). Come rileva Timothy Verdon, direttore del Museo, non siamo più semplicemente davanti ad una straordinaria opera descrittiva, ma, con questi lavori, Michelangelo passa dall’arte rappresentativa all’“arte come espressione del travaglio di un’anima”, che è innanzitutto la sua, quella di Michelangelo, artista grandissimo e vanaglorioso, testardo e insoddisfatto, cosciente e addolorato dei suoi peccati. Il suo dramma, la sua difficoltà, la sua fatica sono la possibilità di immedesimarci nel dolore immenso della Madonna per la morte del figlio, che diventa significativa per noi perché filtrata dall’esperienza visibile dell’artista che assume su di sé il proprio dramma e lo ripropone nell’opera. 

E così anche noi vediamo indicarci una strada per vedere meglio noi stessi, per guardare più a fondo e chiaramente in noi stessi, nel nostro travaglio interiore, nelle personali difficoltà ed errori, nelle incapacità, ma anche nel desiderio di migliorarsi e saper guardare oltre. Mettersi in questa disposizione d’animo, comprendere il percorso di Michelangelo ci riporta famigliare anche il termine pietà: ora capiamo meglio il sentimento che ci prendeva nei recenti mesi pensando agli anziani nelle RSA o ai ricoverati in ospedale che non potevano ricevere visite; ai bambini costretti a casa da scuola o invasi da un pianto invisibile dietro alla mascherina, alla circostanza di dover morire senza nessuno accanto; capiamo meglio perché Dante quando parla di pietà dice che “è una nobile disposizione d’animo, apparecchiata di ricevere amore, misericordia e altre caritative passioni”: chi assiste a una scena di pietà, sente rinascere in sé il proprio bisogno di pietà. Non solo è mosso a compassione dell’altro, ma capisce che dell’altro ha bisogno anche lui per essere più se stesso. Poter fare del bene all’altro è una necessità che si scopre viva e stringente. In questo modo i ruoli sono dunque invertiti: chi doveva sorreggere la persona in difficoltà viene in realtà sorretto da lei perché ne riconosce il bisogno irrinunciabile. Ed è esattamente quanto accade nella Pietà Rondanini, l’ultima, la più matura, quando Michelangelo, ormai vecchio e stanco, sempre in lotta con la morte (non solo quella fisica), ha compreso che cosa sia realmente irrinunciabile nella vita: Cristo morto, che dovrebbe essere sostenuto dalla Madonna, in realtà è il suo sostegno. La statua si regge poiché Cristo non è il peso morto, ma l’appoggio su cui la madre può sorreggersi sicura.

Ecco è ciò che fa l’arte di Michelangelo, la cui potenza è triplicata al Museo di Firenze, poiché il percorso di Michelangelo è crescente, è una climax di intensità ed essenzialità. Qualcosa di simile accade nella carriera di Donatello; guardando la sua Maddalena lo si capisce benissimo. Basta muoversi di pochi passi; si trova nella stanza accanto dello stesso Museo.

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Arienti Stefano

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