L’equilibrio virtuoso di Park Eun Sun

Sinceramente non saprei quanti artisti come Park Eun Sun sarebbero in grado di interpretare con tale precisione, chiarezza e profondità i tempi duri e dolorosi che stiamo vivendo. Forse tanti, forse meno. Senz’altro pochissimi sarebbero in grado di farlo con l’immediatezza di Park Eun Sun. Scultore sudcoreano di nascita e italiano d’adozione (vive a Pietrasanta – nel luogo una vocazione, ed è trattato dalla Galleria Contini di Venezia), stupisce innanzitutto per la ricerca e la scelta dei materiali tradizionali della scultura (pietra, granito e marmo innanzitutto) ed alla tradizione della grande scultura guarda costantemente, proponendo, però, opere che, come si diceva, sono fortemente legate al mondo contemporaneo. Già questa sua disinvolta capacità di unire antico e presente è ben degna di nota. Ma che cosa scolpisce Park Eun Sun? Come sono fatte le sue opere? 

Con un’espressione sintetica si potrebbe dire che Park Eun Sun costruisce speranze, o, per meglio dire, costruisce immagini di vita, cioè occasioni di speranza. Abbiamo in mente, ad esempio, le sue sequenze di piccole forme sferiche di ugual dimensione che si protendono verso l’alto, vere e proprie colonne composite che svettano e puntano all’infinito, che sembrano non volersi interrompere; pare che la sequenza di sferette che si succedono una dopo l’altra possa continuare, sembrano portare in sé la volontà di proseguire la sequenza (una sorte di DNA dell’esistenza stessa), a significare la tensione dell’infinito come qualcosa di necessario, di irrinunciabile. Qualcosa di analogo succede con le colonne (tutte intitolate, infatti, “Colonna infinita”) che può capitare di incontrare in varie città della Toscana; si elevano verso l’alto, questa volta, però, non più come composizione di sfere, ma in modo più lineare, anche se mai omogeneo, qualche volta la colonna sale a gradini con scanalature che salgono ad avvolgimento, qualche altra a costituire una successione romboidale alterna, altre ancora la colonna può avere forma di cono rovesciato, sempre a significare, come nel caso delle sfere, una sorta di precarietà, di equilibrio sempre da ricercare, da riguadagnare in ogni momento, perché ok, sì, la salita e l’elevazione, ma essa costa fatica e dedizione. 

Ad accrescere questo senso di precarietà e forse anche di sana coscienza della difficoltà, nelle opere di Park Eun Sun, lungo tutta l’estensione dell’altezza della scultura, si trova, a volte sottile, a volte più pronunciata, una crepa, come se la scultura stessa fosse stata provata da un terremoto, da un sommovimento, che è sempre visibile e che mostra costantemente che il fatto che la scultura sta in piedi, si regge da sé non deve essere dato per scontato. Questa spaccatura nella pietra, questa ferita, questa commozione lapidaria è forse l’elemento di mimesi umana più interessante dell’opera di Park Eun Sun, ma lo stesso può essere tranquillamente detto della tensione verso l’infinito di cui sopra. 

Un’altra caratteristica tipica dell’opera di Park Eun Sun, da più parti evocata nei contributi di incontro sull’artista, riguarda la dinamicità della sua scultura. Sia le sfere in verticale che quelle in orizzontale (come può capitare di incontrare), ma anche le colonne in salita dolce e vorticosa, trasmettono chiaramente una percezione di movimento per la quale è stato speso il nome di fluidità. Il che risulta una suggestione piuttosto interessante perché, a questo punto, la scultura di Park Eun Sun non è solo un elemento di orientamento circa la situazione umana, ma anche dell’ambiente che lo circonda. Nella fluidità della scultura di Park Eun Sun, nel suo dinamismo quasi disorientante, si riflette con chiarezza quella che è stata chiamata dal famoso sociologo Zygmunt Bauman la “società liquida”. Dunque quella di Park Eun Sun non è solo un’opera che evoca immagini giocose e attive di vitalità, ma che ne chiarisce anche l’importanza in un mondo in cui le certezze vengono sempre meno e la solidità, pur messa alla prova, della pietra, del granito, del marmo, sono già una possibilità di speranza.

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Arienti Stefano

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