Penone a Bergamo: memoria di vita

In occasione della Giornata nazionale delle vittime del Covid, lo scorso 18 marzo, nel Bosco della memoria, presso il Parco alla Trucca di Bergamo è stata inaugurata la nuova installazione di Giuseppe Penone, donata dalla Fondazione Giulio e Giovanna Sacchetti Onlus, dal nome potentemente evocativo, peraltro già usato per opere precedenti, ma particolarmente significativo nel presente momento storico: Indistinti confini

La statua ha una funzione civile di memoria alla cittadinanza per non dimenticare le vittime mietute dal virus del Covid 19, ma, anche a partire dalle parole di Giuseppe Penone, è molto di più. La scultura di Penone ha dimensioni importanti, è stata ricavata da un blocco di marmo di Carrara alto 3 metri e dal peso di circa 25 tonnellate, un’opera vistosa e poderosa che non può passare inosservata. La sua appariscenza è data anche dal contesto. Essa è infatti stata posta entro una corona di betulle dell’Himalaya, all’interno di un rettangolo ben delimitato di sassi di color grigio-nero, cosicché risalti ancor più, per contrasto, la presenza del marmo nell’area del Parco. Queste scelte di contestualizzazione instradano subito verso più profondi significati che la scultura può assumere. Si tratta infatti di un elemento catalizzatore che, già solo per la sua forza centripeta, trasmette l’idea che Penone stesso suggerisce sinteticamente come linea interpretativa fondamentale dell’opera: essa è un “monumento vivo”. La vita del marmo consiste non solo nelle scelte rappresentative dell’artista che ha scelto di lavorare per sottrazione di materiale nel blocco seguendo le vene naturali dello stesso dando così spazio allo sviluppo appunto naturale della pietra, ma, come afferma Penone in un’intervista riportata da Panorama: “La natura indistinta del marmo racchiude infinite millenarie esistenze comprese dal peso insonne della gravità. Esistenze sorrette dal candido calcio che ne ha strutturato la forma. Il candore del calcio avvolge i nostri pensieri, appare e testimonia la nostra esistenza. Puro, bianco, luminoso, calcio racchiuso nei monti, nei fondali marini, nel nostro corpo. Bianco come il latte, le nuvole, la neve, come i cristalli di ghiaccio che ammantano i colori della terra. I tronchi delle betulle evocano il marmo e i cartigli della loro scorza sono pagine bianche. La linfa che nutre gli alberi indica il fluire della materia e la vita che scorre indistinta nel corpo del mondo”. C’è una relazione diretta tra la vita dentro la materia e quella fuori di essa, tra la vita che accade con tempi e modi spesso impercettibili e la stessa vita dell’uomo; si instaura così un rapporto di reciprocità, di comunanza che avvicina l’opera all’uomo stesso e, in qualche modo, la rende viva alla sua percezione. Il lavoro dell’artista che scolpisce la materia, la leviga, la raffina è, nell’opera di Penone, una ricerca della vita: egli si addentra nella materia, si fa strada in essa per scoprirne la vitalità. Egli naviga verso il buio dell’interno della pietra cercando la luce della vita. Come un minatore si addentra nella cava seguendo la vena d’oro, Penone apre nuove gallerie nel nome della vita propria della pietra che vuole trovare nel marmo. Ecco allora svelati un po’ di più quegli indistinti confini che danno il nome all’installazione di Penone: non c’è confine alla vita nel mondo. Davanti alla morte, tornata violentemente alla ribalta nei mesi più duri della pandemia, e in particolare in quel di Bergamo, il messaggio è dunque anche un messaggio di fiducia e di ricostruzione del rapporto con quella stessa natura che ha prodotto il virus. 

Quest’opera sarebbe perciò quasi un completamento del cerchio, un segno di perdono e ripartenza: con la morte non finisce tutto, perché non si ferma la vivezza, la vitalità, la vivacità che la natura porta con sé. Ancora lo stesso afferma: “Vorrei che questi indistinti confini, appunto, fossero il simbolo di una memoria che non si interrompe, che prosegue attraverso le forme” (CorSera). Penone ancora una volta ci insegna, anche in questo drammatico caso, che la natura ha bisogno dell’uomo, ma anche l’uomo ha bisogno della natura, anche per ripartire.

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Arienti Stefano

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