Sua altezza Piet Mondrian

Ancora per una settimana c’è Mondrian a Milano. Circa sessanta opere che documentano la vita produttiva dell’artista olandese sono in mostra al MUDEC fino al 27 marzo. Occasione rara, anzi unica, almeno finora, perché è la prima volta che si può incontrare l’opera di Mondrian in Italia con un così vasto e articolato numero di lavori. La mostra, realizzata in collaborazione con Kunstmuseum den Haag, ha visto la partecipazione dei suoi più importanti esponenti: Benno Tempel, Daniel Koep e Doede Hardeman.

Il Mondrian famoso, quello che salta all’occhio, quello riconoscibile è il Mondrian che ha superato la fase della geometrizzazione delle forme, approdo centrale del percorso che lo vede impegnato innanzitutto, agli albori della sua carriera, con la figurazione. Sì, c’è un Mondrian pienamente pittore (anche se non solamente) ottocentesco che dipinge con fare rappresentativo, mimetico, peraltro soprattutto di luoghi e paesaggi, senz’altro influenzato dalle forti esperienze contemporanee della pittura francese, ma nel quale si intravede già una ricerca che sarà la linea guida di quello che diventerà il suo marchio di fabbrica: la ricerca dell’essenzialità. Dalla fase più esplicitamente figurativa, Mondrian passa progressivamente, per una sorta di processo di asciugatura, di diminutio rei, di alleggerimento ponderale, a disfarsi di ciò che gli appare pleonastico, tracimante, verboso, ad una pittura che non è più rappresentativa, bensì, potremmo dire, allusiva, indicativa o, in altri termini, performativa (perché raggiunga risultati migliori con minori elementi), ma (attenzione!), senza perdere niente, senza rinunciare a nessun aspetto fondamentale dell’alto valore comunicativo del suo lavoro. E così si arriva ad una rappresentazione in cui è ancora possibile scorgere forme riconoscibili (di chiese, di alberi, di case…), ma sempre meno descrittive e didascaliche e sempre più abbozzate, sintetiche e, appunto, essenziali. Con un ulteriore passo si giunge appunto al Mondrian famoso, quello delle linee ortogonali nere riempite da campiture uniformi di colori primari alternate a spazi delimitati, ma bianchi. In questo passaggio, Mondrian ha raggiunto la sintesi della sua pittura, potremmo dire la sintesi della sua proposta di conoscenza del mondo, rappresentata, appunto, dall’estrema semplificazione, dall’essenziale di forme (rettangoli in successione o, forse meglio, linee ortogonali che si intersecano) e colori (i colori primari sono descrivibili anche come la sintesi di tutti gli altri possibili). In queste scelte pittoriche Mondrian risulta un rivoluzionario e un pioniere. Un rivoluzionario perché, pur condividendo molte istanze con i coevi e allora ormai compaesani (anche Mondrian si trasferisce a New York, dove poi morirà) action painters, ne supera, almeno come tipo di figurazione, lo stile e ne essenzializza (pensiamo soprattutto a Jackson Pollock) i tentativi approdando all’ordine di questa pittura-sintesi. Un pioniere perché in quelle linee così pure e così decise allo stesso tempo, si annida un prodromo delle intuizioni che porteranno ai fasti del più moderno design. Il percorso di Mondrian, però, non si ferma qui, ma vede un’altra straordinaria tappa, forse la più interessante perché frutto, probabilmente, di un’altra nuova scoperta. È la pittura che culmina con il famosissimo Broadway Boogie Woogie; da quella tela (conservata al MoMa) Mondrian riesce a donare nuova vita alle sue opere e ad aprire nuove strade alla pittura. La ricerca di ordine ed essenzialità lo porta a scoprire che in quelle forme c’è una nuova sinfonia, una musica armoniosa che l’arte è in grado di trasmettere. Alle linee essenziali dei suoi lavori, in queste opere, si aggiungono piccoli quadratini neri, seguiti da altre scie di diversi colori, che sembrano muoversi sulle linee stesse e che danno movimento al quadro tutto; in esso sembra ora vedere muoversi una intera città (la New York di tutti i generi musicali?) come automobili sul reticolato stradale. Mondrian, in un percorso sempre più profondo, sempre più alto (“altum” in latino vuol dire elevato, ma anche profondo), giunge alla straordinaria scoperta che l’essenzialità è movimento e musica, genera nuove forme ed apre a più dimensioni.

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Arienti Stefano

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