Cina: giorni di passato futuro. Il dominio cinese non è una novità

245 miliardi di dollari per le spese militari. 272 testate nucleari. Sviluppo incessante di “hypersonic missiles”, intelligenza artificiale armata e attacchi informatici. Il tutto accompagnato da una esponenziale crescita del PIL che raggiunge nel 2020 quasi le 15 migliaia di miliardi USD. 

La Cina non è mai stata così potente. O forse no? 

Ciò a cui stiamo assistendo oggi, secondo le parole del ricercatore e professore Mireno Berrettini, è il “riposizionamento della storia lungo il suo normale asse di percorrenza”, dopo il periodo di alterazione della Great Divergence (chiamato anche in gergo “eccezionalismo americano”); “un riposizionamento che sta portando a conclusione un’era unipolare”, a supremazia principalmente americana, ad un mondo privo di un unico centro ma con una gerarchia dominata dalla Cina. 

Il mondo sta tornando alla “normalità storica” in termini della naturale posizione delle società asiatiche nella gerarchia della società e civiltà di tutto il mondo: l’Occidente, sotto guida statunitense, ha fallito nell’alimentare le rivalità imperiali latenti tra Federazione Russa e RPC, contribuendo invece a spingere l’orientamento diplomatico-strategico verso una convergenza politica, economica e militare, ovvero quella di dominio. 

La Cina è un paese ancora in via di sviluppo: gli spazi di modernizzazione, rifiutati nel XIX secolo dalla dinastia Qing (e che portarono all’egemonia americana), sono oggi il punto di forza del “nuovo Impero cinese”. Esercito, economia, imposizione di ideali sono tutti spazi che la modernizzazione cinese sta sfruttando, imitando parzialmente i modelli di successo europeo e americano, tanto da poterla considerare, seppur paradossale, lo Stato più capitalista del mondo

La Cina “sta vincendo senza combattere”, come afferma David Brown per la BBC News, non attraverso le armi o riforme politiche, ma con nuovi mezzi garantiti dal mondo sempre più globalizzato. 

A tal proposito, un esempio è il dominio “quasi” totale della Cina sulle materie prime: il 2020 è stato rivoluzionario per i cambiamenti riguardanti il fronte delle energie rinnovabili, con USA, Europa e Cina che hanno fissato delle deadline (tempo massimo entro cui il calcolo ad una reazione ad un evento deve avere termine) per il completamento del processo di “decarbonizzazione dell’economia”. Il controllo dei principali mercati di produzione appartiene totalmente alla Cina, rendendo l’Occidente molto vulnerabile, poiché “Pechino potrebbe decidere di restringere l’export verso le economie rivali, nonché decidere di sostenere il vantaggio competitivo delle proprie industrie riservando loro delle maggiori quote di produzione” (Stefano Fossati per “Bluerating”, 14 dicembre 2020).

Quanto potrà durare questa competizione pacifica? Sono chiari i due schieramenti: un’America che non vuole perdere il suo “eccezionalismo” e una Cina in clima di “revanche” da ormai quindici anni, difficile da regolare per la mancanza di informazioni che molti esperti internazionali hanno evidenziato. 

Dopo duecento anni di egemonia e pace, una forza esterna il quadro occidentale sta minacciando veramente “l’onnipotenza” americano-europea. È chiaro quindi che la liberaldemocrazia, è in crisi, efficacemente riassunta da Damiano Palano (2010) nella formula “democrazia senza qualità”. Lo Stato, in un’ottica di medio-lungo periodo, si sta quindi “diluendo entro una cornice imperiale sempre più accentuata e finendo per renderlo solo una delle diverse potestas legittimamente in grado di muoversi nel campo della politica” (Mireno Berrettini, 2017): la cornice imperiale non potrà che avere come fulcro il modello cinese.

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Arienti Stefano

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