Deliveroo sotto processo

Tutti noi, in giorni di noia o stanchezza dopo il lavoro, abbiamo provato a non aver voglia di cucinare o uscire a cena. In pochi “click” e dopo poco tempo, grazie ai nostri smartphone, il campanello di casa suonava con un fattorino – o meglio, “rider” – pronto a consegnarci il cibo ordinato. Tutto senza muovere un muscolo, senza sforzi e senza pensieri. Centinaia di applicazioni, oggi, prevedono sempre più questi servizi: i ristoranti in pandemia, per sopravvivere, hanno dovuto cambiare totalmente il loro modo di adattarsi e prevedere per i clienti servizi di consegna a domicilio; e applicazioni come Just Eat o Deliveroo sono, in questi due anni, esplose proprio per la capacità di collegare sempre più ristoranti a clienti impossibilitati a muoversi dalle proprie abitazioni. Questi sistemi, però, hanno riscosso, oltre ad un grande successo, gravi problemi dal punto di vista dei diritti ai lavoratori, additati per sfruttamento o stipendi nettamente inferiori rispetto la media da garantire. È così che, in Francia, la piattaforma Deliveroo è finita sotto processo per “lavoro nascosto”, dopo anni di pesanti accuse e manifestazioni dei “rider”. 

Nato nel dicembre 1979 nel Connecticut da genitori taiwanesi, Will Shu è il fondatore di Deliveroo, aperta nel 2013 e oggi la più importante piattaforma di “cibo a domicilio” nel mondo. Come definito da Forbes, Will Shu è diventato il “magnate della pigrizia degli altri”, costruendo un impero grazie alla geniale idea di risolvere il suo problema di doversi preparare pasti di scarsa qualità quando costretto a fare tardi in ufficio. Da questa piccola intuizione ed emergenza personale, Deliveroo è esplosa, oggi presente in oltre 500 città in dodici paesi del mondo. “Penso che le persone siano intrinsecamente pigre” ha affermato in una recente intervista al quotidiano inglese Evening Standard, “Vedo Deliveroo come una di quelle cose a cui pensi se sei stanco dopo una lunga giornata di lavoro […]Non discrimineremo la pigrizia di alcuni”. 

Rights for riders!”, “Non siamo schiavi, siamo lavoratori”, “Non si muore per un panino”, sono alcuni degli slogan e manifesti che hanno caratterizzato in questi ultimi anni le lotte dei rider, da quando il lavoro delle consegne a domicilio tramite app e piattaforma si è radicato nei Paesi sviluppati di tutto il mondo, soprattutto dal 2015 in poi. Deliveroo, come anche le altre piattaforme simili, funziona come una sorta di vetrina virtuale per il cliente, mostrando un elenco di tutti i negozi e servizi nelle vicinanze da cui poter ordinare; successivamente, grazie ad un potente algoritmo, l’ordine viene smistato al rider migliore, quello più veloce e più efficiente nella zona. Si viene a formare quindi un processo di “competizione” tra i fattorini, che faranno a gara per migliorare la propria “reputazione”, ottenere più ordini e guadagnare più soldi. Fino a pochi anni fa, i rider venivano considerati tutt’altro che una figura paradigmatica del mondo del lavoro e un simbolo nella lotta per la conquista dei diritti dei lavoratori; anzi, non venivano considerati proprio: nessun aiuto, nessun sindacato e neanche lo Stato era pronto a supportare un processo di evoluzione lavorativa come quella portata in gioco dai rider, tutt’oggi sottopagati e costretti a ore di lavoro incalcolabili per uno stipendio ai limiti della sopravvivenza. 

Sicurezza del lavoro, sfruttamento lavorativo e “lavoro nascosto” sono alcune delle accuse portate davanti al tribunale penale di Parigi, il quale ha provato a mettere alle strette Adrien Falcon e Hugues Decosse, due dei principali esponenti di Deliveroo Francia. I due leader, però, hanno tentato in ogni modo di “zigzagare” tra le accuse dei testimoni o del tribunale: lo scopo è quello di “duplicare in modo identico” il modello nato anni prima in Gran Bretagna, “Una piattaforma tecnologica con tre interazioni iperconnesse che il più delle volte si autoregolano”, ha dichiarato il quarantaduenne Adrian Falcon, numero uno in Francia per la piattaforma dal 2015 al 2016. Il presidente del tribunale riprende nel processo uno ad uno gli elementi dell’indagine che, secondo le conclusioni dell’ispettorato del lavoro riprese dall’accusa, minano questa affermazione di indipendenza dei corrieri, stabilendo un “vincolo di subordinazione”, accusando di controllo tramite “incontri informativi” o gestione dell’orario dei fattorini tramite l’utilizzo del software e dell’algoritmo. 

Rimane, al di là dello “sgusciare” degli imputati, un problema serio di mancanza di protezione e sicurezza, di fianco ad un eccessivo controllo e pressione nei confronti dei fattorini. Questo mondo rimane, però, a noi clienti nascosti dall’immagine della piattaforma, in grado di farci rimanere sempre più pigri e favorevoli al farci portare il cibo direttamente sul divano di casa. 

Condividi:

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Arienti Stefano

Arienti Stefano

Scopri altri articoli

Precedente
Successivo