La crisi di Erdoğan tra amore e odio

Per quattro volte la Banca centrale è dovuta intervenire nelle ultime due settimane causa il nuovo crollo della lira turca. La crisi economico-finanziaria in Turchia è indiscutibile, come lo è anche la crisi del dodicesimo presidente dello Stato turco, Recep Tayyip Erdoğan, in carica ormai dal 2014 e con un passato da Primo ministro di oltre 12 anni. 

 

Con la fine dell’anno l’inflazione ha raggiunto il 36%, valore più alto da settembre 2002 e “distruttore” delle aspettative dei mesi precedenti (le quali indicavano un picco massimo del 27%).

Quello che preoccupa il leader dell’opposizione, Kemal Kılıçdaroğlu, è la possibile modifica di Erdoğan dei recenti dati statistici sull’inflazione, la quale in realtà potrebbe aver raggiunto picchi molto più elevati. Di fianco, una svalutazione monetaria di oltre il 45% da inizio 2021, “scivoloni” umanitari costanti (soprattutto in ambito migratorio) e sfide continue contro l’Europa e i suoi membri, non vanno a favore dell’attuale amministrazione Turca. 

Il popolo, bersagliato in questi ultimi anni, è “straziato” da quest’ultima crisi economica. Le previsioni elettorali mostrano come la metà della popolazione turca stia accusando direttamente il Presidente della situazione in cui ha trascinato lo Stato, venendo meno quindi ad una possibile rielezione nelle prossime votazioni. 

Restare al potere si sta trasformando sempre più in una impresa per l’ex Primo ministro, pronto però a rischiare tutto tagliando i tassi d’interesse per sostenere investimenti e consumi in vista delle elezioni del 2023 (“Erdonomics”), un azzardo che potrebbe creare un “effetto boomerang” direttamente sul potere d’acquisto dei cittadini. 

 

L’amore per il Presidente, però, non è venuto meno a tutti. Il reportage per la testata giornalistica tedesca “Die Zeit” di Marion Sendker (30 dicembre 2021), mostra come Kasımpaşa, quartiere natale di Erdoğan e oggi uno dei più poveri di tutta Istanbul, rimanga ancora “innamorato” dal fascino del suo “pupillo”. 

Potrebbe esserci una crisi fuori, ma non da noi”; così illustra l’intervista ad un parrucchiere di Kasımpaşa, mostrando tutta la “cecità” dei residenti del quartiere, una irrazionalità molto simile a quella di città americane tappezzate già di slogan “Trump 2024”. 

 

L’essenza e la magia populista che ha caratterizzato tutta la vita politica di Erdoğan sembra stia svanendo, con una popolazione stanca della povertà e della miseria della Turchia. Quello che più preoccupa è che questo fenomeno di disaffezione politica non è solo turco: USA con Biden, la Cina con l’autoritarismo statale e la stessa Italia, tramortita da 66 esecutivi in settantacinque anni di Repubblica.

Rimangono, però, nicchie territoriali (talvolta anche abbastanza estese, come con Trump) in cui l’amore incondizionato per una persona non può svanire: Kasımpaşa è disposta probabilmente a soccombere pur di non abbandonare “la persona che ha cresciuto”, nonostante povertà e assenza di materie prime.  

Le grandi dittature stanno morendo. Neanche colossi come la Cina riescono a mantenere un ordine culturale e popolare stabile. È il “populus” il protagonista, in grado di ribaltare governi autoritari di vent’anni e anche più, di decidere chi ha le capacità per stare al potere e di cambiare idea anche dopo pochi mesi. 

Con i nuovi media, chiunque, al di la di prestigio e ricchezza, può “elevarsi” ed eccellere in un mondo (quello tecnologico) sempre più importante. Possiamo dunque affermare (forse) di essere all’apice di quella che chiamiamo democrazia: una democrazia, però, virtuale, diretta e volatile, priva di legami passati e, anzi, che odia tutto ciò che è tradizione. 

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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