La debole soft power cinese limita il suo imperialismo africano

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La Cina sembra essere, ad oggi, la Nazione più interessata alla conquista dell’Africa, quell’immenso Stato di cui raramente ci giungono notizie e che sembra vivere da decenni in un equilibrio isolato, controllato relativamente dalla politica occidentale. Ciò che permette al colosso cinese di proiettarsi in un quadro di imperialismo africano è l’enorme quantità di “hard power” a disposizione, che nell’ambito delle Relazioni Internazionali corrisponde al potere militare ed economico che uno Stato possiede per poter influenzare il comportamento di altri enti politici. 

La conquista della Cina sembra apparire lenta e, spesso, superficiale. Troviamo infatti uno Stato che investe sempre meno fondi in Africa, più interessato a costruire quello che è il suo principale punto debole: l’assenza di soft power – espressione coniata dal politologo Joseph Nye per definire “l’abilità nella creazione del consenso attraverso la persuasione e non la coercizione” (concretamente l’affermazione di cultura, valori e istituzioni della politica).

 

Il “Bollettino Imperiale” cinese al Summit Focac-Pechino (2021) mostra proprio questa necessità di “rafforzamento culturale” all’estero: lo Stato ha annunciato una quantità minore di finanziamenti rispetto a quelli promessi nel 2018, un ridimensionamento delle proprie attività economiche che è sceso a 40 miliardi di dollari rispetto ai 60 miliardi promessi anni fa.

Sono tutt’altri gli interessi che la Cina sta tentando di incrementare. Pechino sta promettendo, progetti qualitativamente migliori per superare le crescenti critiche circa la trasparenza delle opere infrastrutturali; questi fattori spingeranno quindi i diversi paesi africani a studiare con maggiore attenzione i progetti cinesi.

Anche nel lato sanitario la Cina sta agendo nei confronti del Continente: entro i primi mesi del 2022, il presidente Xi Jinping ha annunciato il rifornimento di un miliardo di vaccini, con lo scopo di immunizzare il 60% della popolazione; di fianco, uno sviluppo di dieci progetti medici e sanitari per gli Stati africani, inviando 1500 esperti di salute pubblica nel continente.

 

La Cina è quindi di fronte ad un bivio, probabilmente la sfida più difficile che dovrà affrontare. Una “conquista culturale” che pone il lecito dubbio di come una potenza dittatoriale sfrutti il suo potere politico sui territori. Di fronte ad una democrazia, i paesi africani sceglieranno sempre un maggior contatto con l’Occidente, rispetto a forme autocratiche come quelle cinesi. Quest’ultima avrà quindi solo la possibilità di espandersi  in quelle zone con le medesime situazioni politiche (da non sottovalutare dato il loro aumento). La Cina è come un animale che fuori dal suo habitat naturale farebbe fatica a sopravvivere.

Quello che quindi necessita la Cina è un “compromesso culturale”: presentarsi al mondo come “più democratica”, “più occidentale”; solo così il suo imperialismo potrà effettivamente divenire globale e non svilupparsi solo a macchie nello Stato africano (basti osservare i contatti sempre maggiori con l’America Latina).  

 

Ora come ora non sappiamo se la Cina è disposta a fare questo salto in avanti, se disposta a rifiutare una tradizione di tecnocrazia e dittatura che dal punto di vista economico sembra funzionare più di ogni altra forma. Cosa prevarrà? Potenza economica o potenza culturale? Ad oggi non possiamo dare una risposta, come non possiamo sapere quale e come sarà la reazione occidentale nel caso di un “cambio culturale” del popolo cinese, se sarà disposta ad accettare che la maggiore potenza economica possa anche diventare la più grande potenza culturale del mondo.  

 

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Arienti Stefano

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