La storia delle criptovalute

Nel novembre 2008, un certo Satoshi Nakamoto pubblicò il “protocollo Bitcoin” su The Cryptography Mailing list. Nasceva così la moneta virtuale più famosa del mondo e, di conseguenza, tutta la comunità e il fenomeno delle criptovalute, grazie all’identità di una persona tutt’oggi sconosciuta; uno pseudonimo che non sappiamo se sia di un singolo o addirittura un’intera organizzazione, abbandonando la società da lui stesso creata già due anni dopo, nel 2011.

 

Come presentato in un precedente articolo “Cryptovalute e le crisi politiche” (29 gennaio), la criptovaluta è una moneta virtuale e “nascosta”, utilizzabile solo conoscendo un determinato codice informatico chiamato “blockchain”, ovvero un insieme di tecnologie costituito da una catena di blocchi, contenenti le diverse transizioni e il cui consenso è distribuito su tutti i nodi della rete. La criptovaluta non esiste in forma fisica, ma si genera solamente in via digitale, rendendo impossibile trovare in circolazione una qualsiasi forma cartacea o metallica. Lo scambio avviene in modalità “peer-to-peer” , ovvero con l’utilizzo diretto di due dispositivi, senza la necessità di un sistema bancario intermediario di controllo: c’è quindi una critica pseudo-trasparenza, data la mancanza di supervisione o rigide regole (che permette spesso la creazione di mercati illegali), e una forte volatilità, ovvero la dipendenza diretta sia dal mercato che, soprattutto, dal mondo mediatico. 

 

Quando è stato lanciato per la prima volta nel 2009, Bitcoin valeva zero dollari e zero centesimi; nel corso degli anni successivi non si è verificata nessuna crescita, fino a che nel 2011 ha raggiunto il valore di 1$. Il recente “boom” mediatico ha portato molti investitori a porre l’attenzione verso questo “nuovo” prodotto finanziario, facendo crescere enormemente il prezzo della criptovaluta fino al suo massimo storico, raggiunto lo scorso novembre con una quotazione per azione di 68.641 e una capitalizzazione di 3000 miliardi. 

Sarà quindi facile immaginare quanto una persona abbia potuto guadagnare nel corso di pochi anni solo dall’acquisto di piccole frazioni di questa criptovaluta. A tal proposito, Brian Armstrong è l’uomo che ha guadagnato di più al mondo col mercato delle valute digitali: ex ingegnere informatico di Airbnb, decise di creare un “exchange di valute” (piattaforma tecnologica che permette ai propri utenti di acquistare e vendere criptovalute attraverso l’attività di trading, aumentando così il proprio profitto), il quale in poco tempo divenne un vero e proprio standard per il mondo del guadagno virtuale; il colosso “Coinbase” attualmente possiede il 19% di tutte le quote di Bitcoin, con un patrimonio personale che si aggira attorno ai 9,6 miliardi di dollari. 

 

Cosa rende il mondo delle criptovalute così famoso e redditizio?

Il denaro nasce come strumento finalizzato allo scambio e nel corso della storia è sempre stato affiancato ad un concetto fisico, proprio per la difficoltà di “astrarre”, forzare la nostra mente a staccare il concetto di moneta da qualcosa di tangibile. Il “soldo” è quindi nato e sempre rimasto come rappresentazione fisica e trasportabile, con un sistema centralizzato dove un’autorità fungeva da garante per il potere d’acquisto delle monete. La rottura della correlazione tra il valore di una valuta e le riserve auree disponibili ha indotto ad una crescente perdita di fiducia nei confronti di governi e Banche Centrali (coloro che oggi ne stabiliscono il valore), la stessa aspettativa che prima veniva riposta nel valore nominale di un bene fisico come l’oro. 

L’avvento delle monete virtuali equivale ad una riconquista del potere economico del popolo: il Bitcoin dà potere alla folla proprio perché non regolabile da una autorità; ognuno è il “controllore” di tutti ed è “onesto” perché usa l’intera onestà della rete. Lo scambio di criptovalute non è altro che un “baratto innovativo”, avente come unica entità regolatrice il mercato e con l’assenza di uno specifico schema legislativo.  

 

La forte apatia e astensionismo politico della popolazione, sintomi di sfiducia verso l’attuale forma democratica, non sono altro che un’ulteriore spinta verso il mondo “crypto”. L’abbandono della fiducia ai partiti politici e la sempre più determinante “balcanizzazione” mediatica (quel fenomeno per cui chi appartiene ad una specifica comunità virtuale non potrà mai cambiare idea, data l’impossibilità di ricevere informazioni diverse da quelle del gruppo cui appartiene), ha invaso in pochi anni tutto il mondo economico. La criptovaluta è divenuta quindi la nuova frontiera del mondo digitalizzato e una delle forme di guadagno più innovative, ma anche una gigantesca e instabile “bolla” proprio per la sua eccessiva volatilità.

Condividi:

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Arienti Stefano

Arienti Stefano

Scopri altri articoli

Precedente
Successivo