Netflix, “The End”?

Bombardati dalle notizie della guerra, dalle elezioni presidenziali francesi o dal futuro collasso economico italiano a causa dell’invasione, in questi giorni sulle prime pagine di tutti i giornali internazionali è apparsa – anche – la notizia catastrofica della crisi di Netflix, la società statunitense di distribuzione di film e serie online. Netflix si trova a fare i conti con il suo primo momento di crisi dal 2011; un crollo che potrebbe essere solamente fisiologico, ma fa presagire a molti esperti già il peggio. Le azioni dell’azienda sono precipitate in borsa questo mercoledì, sprofondando in una sola seduta di oltre il 35% e perdendo i due terzi rispetto all’apice toccato nell’ottobre scorso a più di 690 dollari per azione. Il “re dello streaming” ha accusato il colpo azionario dopo aver pubblicato i dati relativi alla prima trimestrale dell’anno, dalla quale è emerso un calo di circa 200.000 abbonati rispetto all’anno precedente. Con una riduzione attesa, per il secondo trimestre, di altri due milioni di utenti, le rosee aspettative dei mesi scorsi – che prevedevano una crescita di più di due milioni e mezzo di abbonati – si fanno sempre più sogni e desideri. 

Quali sono i fattori di questa crisi? Oltre al recente aumento dei prezzi di qualche mese fa (che portò ad una lieve riduzione degli abbonati), i vertici dell’azienda statunitense hanno individuato quattro cause principali di questa crisi. La prima è sicuramente l’allentamento delle restrizioni per la pandemia, la quale negli ultimi due anni ha rappresentato un vero toccasana per la multinazionale: 235 miliardi di dollari di capitalizzazione nel 2020, aumento del 60% delle azioni e più di duecento milioni di abbonati, tutti immensi numeri resi tali dai vari lockdown mondiali. Una seconda causa, è l’ascesa della concorrenza, rappresentata principalmente dal colosso “Amazon Prime Video” e dal neo-arrivato “Disney Plus”. Questi due nuovi servizi hanno offerto una valida e sempre più ricca alternativa a Netflix, sicuramente a prezzi più bassi: se la piattaforma di Jeff Bezos ha un costo annuale di 36 euro all’anno – che include anche la spedizione gratuita dall’e-commerce di Amazon -, Disney Plus offre tutti i film e serie Disney, Marvel e Pixar a “soli” 8,99 euro al mese; il tutto contro i tre distinti (e costosi) piani d’acquisto di Netflix: 7,99 euro, 12,99 euro e 17,99 euro, a seconda dei profili attuabili e i dispositivi utilizzabili in contemporanea. Una terza motivazione – tanto drammatica quanto imprevedibile – è sicuramente l’attuale guerra in Ucraina: oltre alla ovvia sospensione (non volontaria) in Ucraina, Netflix ha bloccato il suo servizio in Russia per protestare contro l’invasione, assieme a tutti i futuri progetti e acquisizioni e perdendo, così, circa un milione di abbonati alla piattaforma. Infine, c’è poi la pratica – ben nota da chi possiede un abbonamento alla piattaforma – degli account condivisi: secondo ricerche e sondaggi, a fronte di più di 220 milioni di iscritti paganti, sarebbero in realtà circa altri cento milioni in più i fruitori dei contenuti. Sempre più persone, infatti, condividono il proprio account con altri amici e parenti, in modo che possano accedere tutti al servizio pagando un singolo abbonamento. Netflix (come anche la piattaforma musicale Spotify) permette di farlo per chi fa parte di un medesimo nucleo familiare e sotto uno stesso tetto, ma, di fatto, non ha alcuno strumento efficace per controllare il crescere di “abusi”. 

Le soluzioni? Oltre ad una quasi certa stretta sui finti account familiari e un’ampliamento della già presente sezione dedicata ai videogame, il co-fondatore e amministratore delegato Reed Hastings ha ammesso che l’azienda sta studiando il lancio di un piano a basso costo che comprenderebbe la visualizzazione di inserzioni pubblicitarie. La soluzione sembra quindi arrivare dal passato e la reazione di molti abbonati è stata la medesima di molti anni fa: “Non si interrompe un’emozione”, affermò il regista e sceneggiatore Federico Fellini, riguardo all’abuso di pubblicità all’interno dei suoi film nelle reti commerciali. Nonostante la già insofferenza di molti, quando i soldi scarseggiano, tornano in auge anche i rimedi più estremi e, sicuramente, più fastidiosi. Un’ipotesi a dir poco rivoluzionaria per il colosso dello streaming, una svolta radicale per l’azienda statunitense da sempre propostasi come il “paradiso senza pubblicità”: anche la nuova televisione – quella che fattura miliardi di dollari – tornerà probabilmente ad assomigliare a quella che credevamo di esserci lasciati alle spalle.

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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