Cos’è stato veramente l’assalto a Capitol Hill

Un anno fa, la democrazia è stata attaccata. Per la prima volta nella nostra storia, un presidente ha cercato di impedire la pacifica transizione del potere quando una folla violenta raggiungeva il Campidoglio. Ma ha fallito”. Così Biden scrive su Twitter il 6 gennaio 2022, un anno dopo l’assalto dei sostenitori dell’ex Presidente Donald Trump a Capitol Hill per contestare il risultato delle elezioni presidenziali, in cui persero la vita cinque persone. 

Venne mostrata al mondo (e ancora oggi dal neo presidente Biden) come un duro affronto alla democrazia, non solo americana. Ma cosa è stato veramente l’assalto a Capitol Hill? 

Analizziamo una prima questione. Biden, nonostante la vittoria nelle elezioni dello scorso anno, ricalca ancora i drammi politici della precedente amministrazione e della figura di Trump, piuttosto che sottolineare – per esempio –  l’azione insensata degli assalitori. Più in volgare: perché ancora Trump? La risposta al motivo degli affronti di Biden sono da intendere in due possibili modi: o una dimostrazione di potenza e della vittoria contro il “nemico della democrazia” oppure segno di una ancora paura costante dell’ombra repubblicana lasciata dall’ex presidente, una macchia che ad un anno dalle elezioni rimane indelebile. 

Data per vera la seconda ipotesi appena trattata, nasce una seconda questione direttamente correlata: l’angoscia per Trump vive ancora per merito del seguito che il popolo americano non ha smesso di concedergli. Da qui, un’ombra per una possibile rielezione dell’ex capo di Stato nel 2024.

La manifestazione di questo spettro è stata dimostrata proprio il 6 gennaio di questo nuovo anno: nessuno – tranne due dei 211 membri (e zero del Senato) – del partito repubblicano si è riunito per osservare con un minuto di silenzio le vittime del violento attentato al palazzo del parlamento. 

È possibile definire l’attacco a Capitol Hill come un affronto alla democrazia? Per quanto l’operato di Trump sia (sicuramente) definibile come “border-line” (soprattutto in ambito estero), l’ex presidente non ha mai negato direttamente la democrazia negli USA. 

L’attacco al Campidoglio è il simbolo dell’intramontabile presenza di Trump nel mondo politico e non, soverchiatore di tutti i sistemi e dogmi statunitensi precedenti la sua amministrazione (garantito anche dal suo forte impatto “social”). Inoltre, ma non meno significativo, è sintomo della vulnerabilità popolare americana: una folla stanca e incerta che si è lasciata guidare dal suo nuovo “condottiero” verso un’azione senza né senso e né precedenti storici, il tutto con vetrina il mondo mediatico e dei social.  

L’assalto a Capitol Hill ad un anno di distanza non è la vittoria di Biden o della democrazia. Non è stato neanche un assalto al governo del popolo o lamentele di un presidente ormai sconfitto. È invece la testimonianza di una popolazione asfissiata da show mediatici, non più protagonista ma “pubblico” e spettatrice. Tutti “followers” di enclave capitalista, col potere di guidarci verso una direzione o l’altra semplicemente con un “tweet” o un post su Instagram. 

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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