Cina: la dittatura sanitaria come specchio della politica di Pechino

Sono deluso e arrabbiato. Non ci è stato detto perché la nostra residenza fosse stata scelta. È normale mettere le persone infette nella stessa comunità delle persone sane? Se fumano dal loro balcone, possiamo sentirne l’odore dal nostro”. Un ventiquattrenne di Shangai dichiara al giornale francese “Le Monde” tutta la sua frustrazione per la situazione sanitaria in cui verte la Cina in questi ultime settimane . Due giorni prima lo scoppio delle manifestazioni e proteste, ai residenti in affitto a Nashi International (Shanghai), in cui viveva il giovane intervistato, è stato ordinato di lasciare i propri appartamenti, allo scopo di trasformare la struttura in un centro di isolamento per i pazienti positivi al Covid-19. Non è l’unico caso: sempre più strutture e abitazioni vengono “sottratte” dalle autorità cinesi per isolare i positivi, lasciando “in mezzo alla strada” gli abitanti non infetti. La situazione pandemica è ai massimi storici dopo l’esplosione a Wuhan a inizio 2020, oramai più di due anni fa: ventimila casi in un giorno, l’80% di questi nella metropoli di Shanghai, mettendo in difficoltà la politica di “contagi zero” ribadita da mesi dal presidente Xi Jinping. 

Tutti rammentano i toni trionfali usati dal governo cinese per annunciare al mondo che nel territorio di Pechino il Covid-19 era stato definitivamente sconfitto. Addirittura Xi Jinping ha recentemente dichiarato che la Cina “avrebbe dovuto meritare una medaglia” per come ha saputo gestire la pandemia, e possiamo solo immaginare le reazioni odierne dei cittadini di Shanghai a queste parole. Numeri alla mano, la strategia dello “zero Covid”, che punta a tenere il numero dei contagi vicino allo zero, sembra ormai sempre più impraticabile, non solo per gli occhi occidentali, ma anche per i locali. Dal 27 marzo, tutti gli oltre ventisei milioni di abitanti di Shanghai sono in lockdown, allo scopo di contenere l’esponenziale aumento di contagi delle ultime settimane. E come ben sappiamo, i lockdown cinesi sono una cosa molto seria: i cittadini sono sigillati nelle proprie abitazioni, con la necessità di speciali autorizzazioni per poter uscire. Polizia ed esercito controllano meticolosamente le strade del paese. Anche i positivi asintomatici vengono spediti in centri di isolamento, molto più “prigioni” che centri. E Leona Cheng, ventidue anni, è una di questi sfortunati, finita in uno dei centri di isolamento quarantotto ore dopo essere risultata positiva. Contrassegnata da un braccialetto di plastica e un codice QR è stata costretta a rimanere isolata per due settimane: “La cosa più difficile è stata l’igiene. Non c’erano docce, nemmeno acqua corrente nei lavandini o nei servizi igienici. Per lavare o sciacquare era necessario riempire una vasca con distributori di acqua potabile”. Coloro che scampano a questi luoghi di reclusione sono costretti a sopravvivere nelle loro abitazioni, affrontando i sempre più numerosi problemi delle catene di distribuzione e senza riuscire a procurarsi cibo in maniera sufficiente per le esigenze quotidiane. 

La disperazione si è trasformata in rabbia. E, dal 28 marzo scorso, questa rabbia è diventata protesta. Scene di caos e tensioni tra cittadini e forze dell’ordine o nei confronti del personale sanitario. I video circolanti sui social media che riprendono scene di saccheggio in alcune aree della metropoli. Cittadini che violano l’isolamento domiciliare per recarsi direttamente di fronte alle stazioni di polizia. L’assenza di cibo e, talvolta, cure mediche moltiplicano le tragedie dovute alla reclusione, che attualmente ammontano a 116 – secondo i dati disponibili. Gli utenti Internet hanno provato a registrare le testimonianze di queste tragedie o del malcontento cittadino, ma sono stati rapidamente ed efficacemente bloccati dai software cinesi: “ufficialmente”, il Covid-19 non ha causato un solo decesso a Shanghai dai sette decessi registrati proprio all’inizio della pandemia. 

La propaganda e il sistema di controllo di informazioni cinese funziona sicuramente molto meglio del sistema governativo che vige all’interno del Paese. Come già più volte analizzato in precedenti articoli, la “macchina del terrore” cinese è sempre più debole: le sue fondamenta si stanno “ammorbidendo”, la rabbia cresce e il dissenso verso il governo sale. L’attuale situazione pandemica è lo specchio della generale politica di Pechino, un oscurantismo interno contrapposto ad una straordinaria visibilità esterna. Ma la dittatura piace solo a chi è al potere: il Partito Comunista Cinese è sempre più succube dell’esterno; i cittadini sono sempre più affascinati dal liberalismo occidentale (probabilmente anche più di noi stessi) e il “popolo-bestia” è sempre più difficile da domare. 

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Arienti Stefano

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