Da Andromaca al Guatemala: un’arma che accomuna tutta la storia

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Le armi utilizzate durante gli scontri e le guerre sono cambiate nei secoli e con esse si sono evoluti i vari stili di combattimento. Tuttavia esiste un’arma che nel corso dei secoli non ha mai abbandonato i campi di battaglia: lo stupro. Le vittime degli scontri non sono, infatti, solo i deceduti e i feriti ma anche i civili che, storicamente, sono stati costretti a subire le barbarie dell’esercito vincente.

 

L’usanza dello stupro, come dinamica bellica, risale ai tempi delle grandi battaglie Omeriche avvenute, si stima, nel corso del XIII secolo avanti Cristo. All’interno dell’Iliade, per esempio, il poeta descrive la paura della regina troiana Andromaca di divenire una schiava dei Greci, guidati da Achille, a seguito della morte in battaglia di suo marito Ettore. Nella Grecia antica era tradizione che i soldati uccidessero tutti i sopravvissuti sul campo di guerra e i pochi uomini rimasti in patria, per poi rapire le donne, delle quali spesso si abusava rimarcando la potenza dell’esercito vincente, e i bambini con il fine, poi, di renderli schiavi. Chi cadeva in schiavitù perdeva il diritto di essere considerato un uomo, portandosi dietro le nefaste conseguenze di una società gerarchica come quella greca. In quanto tali, gli schiavi erano costretti a sottostare agli ordini del padrone, il quale li utilizzava principalmente per soddisfare i propri bisogni, soprattutto quelli sessuali. Lo stupro quindi era, inizialmente, utilizzato come pratica per rimarcare la forza bellica della città e per umiliare ulteriormente i ribelli, ma in un secondo momento tale abuso, veniva considerato come uno sfogo dell’uomo libero nei confronti della servitù.

 

Nei secoli, la violenza sessuale è tragicamente rimasta una tradizione durante gli scontri. Per tutto il corso del medioevo, barbari e latini, al momento della conquista o del passaggio su un territorio nemico, usavano radere al suolo i villaggi per poi abusare di donne e bambini. Durante le due grandi guerre del ‘900 furono registrati diversi casi simili anche se in misura molto minore rispetto al passato. Lo scopo di tale atto era quello di portare all’ordine le popolazioni nemiche, andando a minare il desiderio di rivalsa e ribellione dei cittadini attraverso la paura e il timore. 

 

Alle porte del XXI secolo, tuttavia, vi fu uno scontro che cambiò radicalmente la motivazione delle violenze sessuali. Durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina, cominciata nel 1991, le truppe bosniache uccisero quasi 8’000 musulmani per ragioni razziali e religiose. Tale genocidio viene ricordato come “Massacro di Srebrenica”, in cui i morti furono prettamente uomini di religione islamica che vivevano nella zona dei Balcani. Oltre che per l’uccisione di massa avvenuta, questo avvenimento viene ricordato a causa degli stupri compiuti ai danni delle mogli e delle madri, anch’esse musulmane, dei deceduti. Ciò che differenzia questo massacro dalle guerre citate in precedenza è appunto lo scopo con cui queste violenze sono state compiute: esse non avevano come fine l’umiliazione o la vendetta, ma lo sterminio genetico di una popolazione, in questo caso quella islamica. Questa pratica viene chiamata stupro etnico, una violenza di massa che punta a colpire la capacità riproduttiva di un’intera comunità andando, inoltre, ad inserire al suo interno una componente genetica nuova considerata più pura per poter essere tramandata. 

 

Nel corso della storia sono diverse le prese di posizione a favore dei diritti umani e il problema delle violenze sessuali durante gli scontri non è passato inosservato. Un esempio di ciò è la Convenzione di Ginevra del 1949 che per la prima volta ha dichiarato una tutela dei diritti dei civili durante le guerre. Come abbiamo visto, spesso questa prevenzione non basta ad assicurare l’incolumità delle persone. 

Negli ultimi anni, tuttavia, vi sono stati diversi esempi di tutela nei confronti delle donne violentate in tempo di scontri. Un esempio è la condanna a trent’anni di carcere di cinque paramilitari che, nel corso della guerra civile avvenuta in Guatemala negli anni ’80, avevano stuprato dozzine di donne Maya indigene. Una sentenza storica per queste donne, le cui ferite sono invisibili ma pulsano ancora.

 

Le armi utilizzate durante gli scontri non sono solo quelle che vediamo nei film e nei documentari; ve ne sono molte altre che rimangono celate. Le vittime delle guerre non sono unicamente i generali e i soldati ma anche i civili e tra questi le donne, le quali non vengono uccise sul campo di battaglia, ma che storicamente, hanno dovuto sopportare ferite sottopelle, trascinando il ricordo della violenza come un macigno attaccato alla loro vita.

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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