Fuga di cervelli: andarsene non è la soluzione

Con “fuga di cervelli” si intende quel fenomeno sociale per cui persone di talento o con un’alta specializzazione professionale, decidono di lasciare il Paese nel quale si sono formati alla ricerca di una situazione lavorativa migliore in un’altra Nazione. Tale dinamica sta dilagando in tutto il mondo: sempre più giovani laureati si trovano ad essere sottopagati o a dover svolgere mansioni che non hanno a che vedere con i loro studi, una situazione paradossale dalla quale si vuole fuggire.

In Italia, secondo uno studio del Sole 24 Ore in collaborazione con AlmaLaurea, un neolaureato percepisce uno stipendio medio di 25.000 euro lordi l’anno, poco più di dieci euro l’ora, mentre nei Paesi del Nord Europa la somma si aggira attorno ai 78.000 euro annui per studenti usciti dall’Università da meno di tre anni. In questa ricerca si stima che quattro laureati su dieci non riescano a trovare lavoro in Italia anche dopo 36 mesi dal conseguimento del titolo di studio ed è per questa ragione, che sempre più persone specializzate decidono di trovare un lavoro di ripiego, che non consente loro di esprimere le proprie capacità al meglio.

A seguito di tali dati si può intuire perché si stia presentando una dinamica come quella della fuga dei cervelli: poco lavoro e pochi soldi per mantenersi. L’unica soluzione sembra quella di scappare, appunto fuggire in cerca di una sistemazione migliore, ma anche questa opzione presenta delle controversie. Negli Stati Uniti, per esempio, si stima che il 25% degli immigrati con istruzione universitaria siano gravemente sottoccupati, questo significa che svolgono lavori per cui non è richiesto il loro titolo di studio. 

Ma perché fuggire e trovare il lavoro per cui ci si è preparati è così difficile? Le ragioni sono diverse. La prima è l’enorme burocrazia in materia di certificazioni universitarie: le licenze e i certificati scolastici variano da Paese a Paese e, spesso, titoli di studio validi in madrepatria non vengono riconosciuti nella Nazione in cui ci si è spostati oppure vi sono casi in cui le qualifiche sono effettivamente valide oltre confine ma l’interessato non è in grado di darne prova. Altre motivazioni sono le competenze linguistiche limitate oppure gli stati di migrazione che spesse volte non permettono al migrante di lavorare. 

Questo problema riguarda, chiaramente il campo sociale e umano, ma grava anche sull’economia di molti Paesi. Secondo una ricerca del MPI (Migration Policy Institute), negli Stati Uniti d’America si è avuta una perdita che supera i 40 miliardi di dollari a causa dell’incanalamento dei laureati in ambiti lavorativi che non richiedono il pieno utilizzo delle loro competenze. Un nuovo lavoratore inizialmente grava sulle casse dello Stato, ed è per questo motivo che spesso non si interviene per sanare il problema; ma a fronte di questi dati, possiamo affermare che a lungo termine la perdita di denaro che una Nazione dovrà affrontare sarà maggiore se ai neo-laureati qualificati non viene offerta la possibilità di occupare posizioni per le quali hanno studiato.

Vi sono, tuttavia, molte strade possibili per affrontare il problema che in diversi casi sono già state adottate. Sono nati diversi centri in cui i nuovi lavoratori stranieri possono sostenere test di lingua, andando così a ridurre un grande ostacolo. In alternativa, in Europa vi è un riconoscimento reciproco delle qualifiche di studio che permette ai laureati di essere certificati come tali in tutto il continente e, quindi, trovare più facilmente una posizione lavorativa adatta al loro percorso. Sono stati avviati,  diversi programmi con il fine di sfruttare, in senso positivo, il potenziale dei migranti, come per esempio il Medical Support Worker, un programma che consente a medici senza registrazione di lavorare nel Servizio sanitario nazionale sotto supervisione di un medico certificato. Iniziative molto utili che tendono ad essere su piccola scala, i pochi che vi rientrano trovano delle occupazioni mentre la fetta maggiore rischia di dover trovare un ripiego.

La fuga dei cervelli è un problema che deve essere risolto: studenti preparati e specializzati non riescono ad esprimere al meglio le loro possibilità e questo non causa danni solo al soggetto interessato, bensì anche alla Nazione che non fa fruttare il suo potenziale. Noi di The Minder, siamo un gruppo giovane e tutti stiamo affrontando un corso di studi universitario. A molti di noi il mondo del lavoro appare come una possibilità di realizzazione, il luogo dove mettere in atto ciò che abbiamo appreso, tuttavia, negli ultimi tempi il pensiero di non riuscire a trovare un lavoro che ci rispecchi e nel quale si possa fare la differenza, si fa preponderante e ciò che si considerava l’obiettivo della formazione diviene un salto nel vuoto che fa rabbrividire.

 

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Arienti Stefano

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