Hikikomori: vai in camera tua!

Molti adolescenti vivono accompagnati da un costante sentimento di inadeguatezza. In una società definita da molti come “narcisistica” diversi ragazzi non riescono ritrovarsi in questi paradigmi prettamente estetici e iniziano a provare sentimenti di vergogna e ansia sociale. Tali sentimenti nascono in luoghi comunitari, dove è richiesta una socialità spiccata, come, per esempio, nelle scuole e si presentano, specialmente, durante i primi anni delle superiori. Davanti a questa inadeguatezza sempre più giovani decidono di abbandonare il mondo reale e rinchiudersi nelle proprie stanze, eliminando dalla propria vita qualsiasi contatto con l’esterno, divenendo, quindi, “Hikikomori”.

Il termine Hikikomori deriva dal giapponese e significa stare in disparte, e viene utilizzato, nel linguaggio comune, per indicare coloro che decidono di ritirarsi nelle proprie stanze o in luoghi isolati per periodi di tempo medio-lunghi che, nei casi peggiori, possono durare anche diverse decine di anni. Il fine di questi ragazzi, soprattutto tra i quattordici e i trent’anni, è quello di allontanarsi dalla società, reputata inadatta e negativa. In Giappone, Nazione in cui questo fenomeno è nato, sono stati identificati oltre un milione di casi, mentre in Italia, primo Paese nelle liste Europee, sono stati registrati oltre settanta mila casi di giovani uomini che hanno deciso di rinchiudersi nelle proprie stanze, cambiando completamente le abitudini di vita e la routine quotidiana. 

Cosa fanno durante la giornata? I ragazzi isolati, solitamente, acquisiscono un ciclo vitale inverso rispetto a quello delle altre persone: dormono fino a circa metà pomeriggio per poi coricarsi a notte inoltrata, se non durante le prime ore del giorno. Evitano spesso la luce e i contatti con la propria famiglia, cibandosi con le pietanze che gli vengono lasciate direttamente davanti alla porta della propria camera. Nel buio e nella solitudine essi si rifugiano nel mondo digitale e dei videogiochi, grazie ai quali creano veri e propri gruppi di amici con i quali giocano in rete e mantenendo vivo un certo tipo di socialità. Questi rapporti sono più sicuri e presentano meno rischi di esposizione per gli Hikikomori, grazie alla realtà “online” possono parlare e interfacciarsi con altre persone senza sentirsi inadeguati, senza provare ansia e disagio, quindi, traendo il meglio da una situazione che prima era reputata fortemente negativa. In questa routine, il passare del tempo non viene, quasi, percepito, si perde la cognizione poiché non vi è più nulla che lo scandisca. Si vive, spesso al buio o con luci artificiali che non ti permettono di capire quando è giorno e quando è notte, non si hanno responsabilità lavorative o desideri se non quello di guardare film, leggere libri o giocare ai videogiochi.

La scelta di diventare un Hikikomori porta con sé diverse conseguenze, tra cui l’abbandono della scuola e l’impossibilità di trovare un lavoro. Alcuni fortunati sono riusciti ad accedere a posizioni lavorative online mentre la maggior parte di loro non sente neppure il desiderio di avere un’occupazione. Chiaramente, anche l’abbandono della scuola ha dei risvolti sulla vita della persona, che tuttavia riesce a tenersi informata e a formarsi grazie ai contenuti culturali che si trovano su internet o su libri che leggono nel periodo dell’isolamento, e al momento dell’uscita dall’isolamento non percepisce un così grande divario conoscitivo rispetta ai suoi coetanei.

Essere Hikikomori è una condizione prima di tutto psicologica, che deve essere affrontata con cautela e tramite l’aiuto di esperti. La vergogna nel non rispettare determinati canoni estetici si traduce in ansia sociale e porta molti ragazzi a voler vivere in solitudine, lontano dal mondo esterno e dalle persone. Si perde il fascino per la vita e ci si rifugia in una realtà digitale, ci si dissocia dal tempo e dallo spazio e si abbandonano i contatti con il mondo. Nel mondo sono nate nuove dinamiche che spesso non fanno sentire liberi i giovani che, quasi paradossalmente, riescono a trovare una nuova libertà nelle quattro mura della propria camera.

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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