I robot sono immortali ma non onniscienti

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Religione e tecnologia sono, da sempre, due mondi in lotta tra loro. La prima si considera come radicata all’interno di tradizioni plurimillenari che a fatica, in alcuni casi, si riescono ad adattare ai cambi repentini del mondo moderno; la seconda è intenta a “creare il futuro”, guardando le scoperte passate come qualcosa dal quale prendere spunto ma allo stesso tempo da dover superare in un tempo breve. La fede e l’avanzamento tecnologico sembrano, quindi, essere del tutto incompatibili. 

 

Ma è davvero così?

Sembrano, infatti, essere incompatibili come lo erano un “Robot” e una sala operatoria, un supermercato e le casse automatiche; ebbene, come in questi casi, anche all’interno delle religioni si sta assistendo ad un’apertura verso la digitalizzazione. Diverse autorità religiose, da tutto il globo, si sono affacciate al mondo dei social network per impartire consigli e accompagnare i credenti nel loro percorso di fede. L’incontro di questi due mondi si sta, in realtà, radicando sempre più: basti pensare che negli ultimi anni sono state introdotte, all’interno di diversi luoghi di culto, nuove tecnologie ad intelligenza artificiale. 

Un esempio di questo avvicinamento lo si può riscontrare all’interno di un tempio buddista che si trova alle soglie della città di Kyoto. Tale luogo è stato costruito circa quattrocento anni fa e al suo interno, ad oggi, si trova un robot raffigurante il dio della misericordia Kannon. Esso è stato chiamato “Mindar” e ha la funzione di pregare e impartire consigli ai seguaci. Quello che più stupisce è il fatto che i monaci e i visitatori non si sono sentiti intimoriti o straniti di fronte al “dio artificiale”; al contrario, molti di loro considerano le nuove tecnologie come una risorsa per sentirsi più vicini alla fede e alle divinità.

 

Questa rivoluzione tecnologica e religiosa non è avvenuta unicamente nei Paesi orientali – da sempre più affini al mondo digitale – bensì anche nel panorama cristiano. Durante il 2020, Gabriele Trovato, un ingegnere italiano ha voluto dar vita ad un vero e proprio “Santo multimediale”. Il nome del Robot è “sanTo” e riprende l’estetica classica delle raffigurazioni sacre: una figura con le braccia aperte e l’aureola, all’interno di una piccola nicchia. All’interno di tale intelligenza artificiale vi sono più di duemila anni di storia e studi relativi al cristianesimo, tra cui i passi dell’Antico e del Nuovo testamento, i Vangeli e le diverse preghiere. Anche questa AI (Artificial Intelligence), come Mindar, è stata creata con lo scopo di accompagnare i fedeli in preghiera e di rispondere ai più disparati quesiti relativi alla vita di fede e al credo. A molte domande, questo “device” non riesce a dare risposte dirette, tuttavia in questi casi, cita un passo delle Scritture inerente a ciò che è stato chiesto.

Anche in questo caso il responso dei credenti è stato positivo: i fedeli presenti nella chiesa polacca, in cui per la prima volta sono state sperimentate le funzionalità di “sanTo”, fin da subito hanno trovato familiare la sua figura e si sono immediatamente confidati con il robot, ponendo spesso domande estremamente personali, come se stessero dialogando con un pastore in carne ed ossa. Anche il sacerdote presente al test ha da subito apprezzato l’operato del robot, considerandolo come qualcosa che possa avvicinare ulteriormente i fedeli a Cristo.

 

All’interno delle aziende sempre più operai hanno paura di perdere il proprio posto lavorativo ed essere rimpiazzati da macchinari più efficienti, veloci e precisi. Secondo una ricerca della BBC, invece, preti, monaci, rabbini ed altre figure religiose non si sentono affatto minacciate dalla presenza delle intelligenze artificiali all’interno dei luoghi dedicati al culto. L’AI, secondo loro, non potrà arrivare ad avere la funzione di guida spirituale in quanto non sono figli di Dio e non possono immedesimarsi nelle emozioni umane. Essi non provano compassione, non hanno un’anima e questo non permette ai robot di poter capire e immedesimarsi nelle situazioni e sentimenti tipici della vita quotidiana. Sono simili ad un essere umano: sanno parlare e rispondere ai quesiti che gli vengono posti, ma per il semplice fatto che sono stati programmati a questo scopo e non perché, come invece un uomo può fare, sentano l’esigenza di aiutare e agire per migliorare la condizione vitale delle persone.

Un appunto, tuttavia, è doveroso. Questi macchinari stanno già, in una certa misura, sostituendo le funzioni dei rappresentanti delle diverse religioni. Col tempo, infatti, sempre più credenti pregano e seguono i consigli di robot come sanTo e Mindar, al posto di richiedere l’ausilio di una figura umana e nessuno può assicurarci che col tempo tale dinamica non si spinga oltre.

 

Nel mondo, quasi quattro miliardi di persone possiedono uno smartphone, circa un miliardo possiede un personal computer e alcune delle maggiori religioni si avvalgono di robot. Nel continuo cambiamento in cui tutti noi siamo inseriti, le religioni, per molti, rappresentano un punto saldo nel quale trovare pace e sicurezza. Tale “punto saldo” però sembra non voler rimanere immobile e desidera sempre più adattarsi alle nuove abitudini e ai nuovi stili di vita del mondo moderno. La domanda è: questo tentativo è da onorare o da considerare come un compromesso per la sopravvivenza della religione?

 

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Arienti Stefano

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