Il genocidio degli uiguri: il razzismo cinese

Il dizionario “Treccani” definisce il “genocidio” come quel “Grave crimine, di cui possono rendersi colpevoli singoli individui oppure organismi statali, consistente nella metodica distruzione di un gruppo etnico, razziale o religioso, compiuto attraverso lo sterminio degli individui, l’imposizione della sterilizzazione, … ”. È una descrizione che ci trasporta direttamente al passato, legandola ai grandi massacri della storia: la Shoah, gli Indiani d’America, gli armeni oppure il Ruanda. 

La Cina, oggi, sta portando avanti una forte campagna di neutralizzazione della minoranza uigura, identificata come minaccia nazionale per la riaccensione delle tendenze secessioniste e ideale “panturco” alla fine degli anni ‘80. 

La popolazione uigura è una minoranza etnica musulmana presente nella regione cinese dello Xinjiang, distinta dal resto del paese per i suoi tratti antropometrici, la fede islamica e la lingua turcofona. Appartengono ad un ramo di quelle tribù turche originarie dell’Asia Centrale, che nel corso dei secoli si sono spinti all’estremità Est del continente, mentre un’altra parte dell’etnia si spostava nella penisola anatolica (dando origine poi all’Impero Ottomano). 

Dal crollo dell’Unione Sovietica in poi, la “lotta al terrorismo” è divenuta la causa principale della persecuzione cinese, con escalation dall’attentato alle Twin Towers nel 2001. Controlli della polizia, fitta rete di telecamere a riconoscimento facciale nelle aree urbane della regione e prelievi del DNA (per una maggiore tracciabilità in caso di crimini o sospetti) sono solo una minima parte di quello che l’etnia uigura subisce giornalmente, gruppo che all’interno dello Xinjiang occupa il 46% della popolazione locale. 

L’oppressione cinese, però, non è “solo” questo. Se i presidenti precedenti avevano portato avanti campagne “strike-hard” verso la popolazione (basate principalmente sull’impiego di forze militari), con l’ascesa di Xi Jinping – attuale presidente della Repubblica Popolare Cinese – e, in particolare, del segretario Chen Quanguo (segretario del partito e governatore della regione dello Xinjiang dal 2016), la violenza ha assunto un volto ancora più macabro.

L’apertura dei cosiddetti “istituti educativi e vocazionali” ha portato all’internamento di un numero difficilmente calcolabile di uiguri, con lo scopo di una rieducazione attraverso la propaganda cinese. Secondo i pochi report, questi campi sarebbero gestiti e controllati segretamente al di fuori del sistema legale, rinchiudendo persone senza alcun processo o capo di accusa – molto simile alla prigione di Guantanamo Bay (articolo “Guantanamo Bay: il gulag americano”, 20 gennaio 2022).Le stime parlano chiaro: sia secondo il “libro bianco del governo cinese” (rapporto ufficiale pubblicato da un governo nazionale su un determinato argomento) che secondo le Nazioni Unite, sarebbero stati circa un milione gli uiguri internati nei 380 centri di rieducazione dal 2014 al 2019, un dodicesimo della popolazione totale di questa etnia. 

Questa campagna d’internamento (e annientamento) non si ferma qua. Un’inchiesta del 2020 del ricercatore e antropologo tedesco Adrian Zenz per l’Associated Press, ha mostrato come il governo cinese stia conducendo nella regione, sia all’esterno che all’interno dei campi di “rieducazione”, un programma di sterilizzazione, aborti forzati e imposizione dell’uso di contraccettivi, tra cui le “spirali intrauterine”, rimovibili solo chirurgicamente.

Il report del Newlines Institute – “The Uyghur Genocide” – ha mostrato come tra il 2017 e 2019 il numero di donne non fertili nello Xinjiang sia cresciuto del 124% e il numero di nascite sia diminuito invece dell’84%.

Nonostante le accuse di “genocidio” di Stati Uniti, Canada e Francia (la quale il 14 gennaio 2022 ha adottato la risoluzione che denuncia lo sterminio in corso contro il regime comunista), il massacro continua incessante. 

Non è altro che un amaro deja-vù. Sono eventi e notizie, molto spesso sconosciute, che riportano a quei tragici massacri del secolo scorso, eccidi tanto denunciati ma mai abbandonati completamente. Sono tecniche, quelle cinesi, poco lontane dalle campagne di mantenimento della “purezza della razza” degli Stati Uniti del XX, ispirazione per lo stesso Hitler e iniziate nel 1905 dal presidente Theodore Roosevelt: “la purezza della razza (bianca) deve essere salvaguardata”. 

Se si pensava che le ormai lontane tecniche di sterminio novecentesche fossero superate, i “campi di rieducazione” cinesi mostrano il contrario. La storia non è altro che un ripetersi costante, così come l’odio e la ricerca della “purezza razziale”. Sbagliando, a quanto pare, non stiamo imparando nulla. 

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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