Il genocidio dei Rohingya

Lunedì 21 marzo, l’amministrazione Biden ha dichiarato l’esercito birmano autore dell’attuale genocidio contro la minoranza locale Rohingya. Gli Stati Uniti, tramite indagini condotte sul campo negli scorsi anni, è giunta a questa delicata conclusione, indicando come le autorità locali del Myanmar abbiano un chiaro intento di annullare e distruggere questa comunità. Il Segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha mostrato l’enorme problema in un discorso allo United States Holocaust Memorial Museum di Washington DC, mostrando come migliaia di musulmani Rohingya siano fuggiti dallo Stato birmano dalla repressione militare nel 2017 e come siano cominciati all’interno del Paese attacchi “diffusi e sistematici”.

Prima di studiare la storia e le radici della comunità Rohingya, è necessario analizzare la situazione geo-politica del Myanmar, dall’1 febbraio dello scorso anno in un braccio di ferro tra repressione militare e resistenza popolare armata e pacifica. All’inizio del 2021, una giunta birmana guidata da Min Aung Hlaing, ha pugnalato alla schiena sia la politica che l’economia statale, compiendo un duro golpe militare e facendo precipitare la Birmania verso il collasso economico. Tutto il popolo, solo inizialmente con massicce e pacifiche proteste, ha dimostrato di non volere un nuovo governo militare, costringendo quest’ultimo a reprimere le speranze con il fuoco e la violenza. Abusi di ogni tipo, focolai di guerra in ogni regione, torture, più di 1300 morti tra cui molti bambini e diecimila detenuti politici. Dalla resistenza pacifica popolare si è passati, inevitabilmente, a quella armata, una violenza “occhio per occhio” che ha preso di mira sia funzionari statali che presunti informatori di esercito e polizia, rendendo ancora più ingovernabile il Paese. L’ex leader de facto Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace nel 1991, nonostante abbia vinto le elezioni del novembre 2020, è stata condannata a due anni di arresti, detenuta in una casa di proprietà del governo militare nella capitale Naypyidaw, senza che informazioni possano entrare o uscire dall’abitazione. 

In questa tragica situazione, le violenze in tutte le regioni del Paese sono aumentate, in particolare quella nei confronti del popolo Rohingya, mai considerato tale dal resto della popolazione buddista e dal governo birmano. L’origine di questo popolo, che conta più di un milione di componenti, si perdono nella storia, attestando la loro presenza nello Stato birmano già dal 1785, quando l’invasone britannica costrinse alla fuga di parte della popolazione nei territori limitrofi. La situazione peggiorò a dismisura dal 1948 in poi, quando la Birmania ottenne ufficialmente l’indipendenza e la minoranza etnica musulmana ha iniziato a subire costanti forme di discriminazione, non ancora legate alla violenza fisica ma negando, per esempio, l’accesso all’istruzione secondaria o limitando la libertà di movimento. A partire dall’agosto 2017, la situazione è gravemente peggiorata a seguito degli attacchi armati dell’esercito birmano nella regione del Rakhine: 730.000 civili Rohingya sono stati costretti a rifugiarsi nei campi profughi in Bangladesh, in attesa di un accordo di rimpatrio, continuamente rimandato a causa delle proteste di diversi gruppi per la difesa dei diritti umani. La stessa ONU, secondo il rapporto della Commissione d’inchiesta internazionale indipendente in Myanmar del 2018, ha dichiarato il tragico aumento delle vittime di omicidi di massa, stupro, tortura e distruzione sistematica delle case e dei luoghi culturali nella regione, arrivando al punto di considerare i Rohingya come la “minoranza più perseguitata al mondo”, un vero e proprio atto di genocidio da parte delle forze di sicurezza birmane. 

Lo stesso premio Nobel prima citato, Aung San Suu Kyi, alla guida del governo civile dal 2016, ha smentito molteplici volte le accuse secondo le quali l’esercito mira alla persecuzione della minoranza. Inoltre, nonostante la Commissione consultiva sullo stato del Rakhine abbia dichiarato l’intento di “garantire un processo di riconciliazione tra i diversi gruppi etnici”, nel dicembre 2017 il governo birmano ha negato l’accesso in Myanmar a diversi relatori speciali delle Nazioni Unite per i diritti umani e a diverse Ong, senza la possibilità di verificare la situazione della minoranza etnica e senza poter fornire assistenza umanitaria. Di fronte a questa situazione, non devono stupirci l’atteggiamento contraddittorio della Consigliera di Stato (la quale non ha mai utilizzato il termine “Rohingya” per definire l’etnia, ma ha sempre preferito definire i rifugiati come “bengalesi” o “musulmani”) o le violenze perpetrate negli anni, da parte di un governo e una popolazione che, ancora, considera questa minoranza come illegale e legata al terrorismo islamico. 

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Arienti Stefano

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