Il mangaka: sfruttamento lavorativo?

Pokemon, Naruto, Dragon Ball sono solo tre degli infiniti cartoni animati e fumetti che ci hanno accompagnato lungo la nostra infanzia, ci hanno ispirato e, sotto un certo senso, aiutato a crescere. Da piccoli – e spesso anche da adulti – non ci siamo mai chiesti l’origine e le persone dietro questi “cartoon”, chi li disegnava o rendeva personaggi reali, in grado di comunicare e da imitare. Molto spesso non si pongono differenze geografiche riguardo i cartoni animati che guardavamo, talvolta pensando siano tutti provenienti dal nostro Paese natale. La maggioranza di questi, però, provengono direttamente dal Giappone, chiamati correttamente “manga”, simili ai nostri fumetti da leggere, e “anime”, le brevi puntate che guardiamo invece in televisione. 

Il manga si riferisce ad uno stile di cartoni animati originari, appunto, dall’isola del Giappone, pubblicati in rate e, a seconda della loro forma, possono essere lunghi fino a diverse centinaia di pagine. Il prezzo medio di questi giornali è di anche un solo dollaro, mentre in Italia tipicamente costano non più di cinque euro. Sono disponibili in molti generi diversi, dall’azione (anche molto “crudi”) a manga d’amore, popolari perciò tra persone di ogni età e provenienza. Sono diventati, negli ultimi anni, una vera e propria moda, imitati molto spesso dalle grandi case di streaming come Netflix o Amazon Prime e costringendo il Giappone ad aumentare immensamente il numero di pubblicazioni.

A proposito di questa necessità maggiore di prodotti, il fenomeno “manga” si è reso noto per tutto il problema lavorativo che riguarda i disegnatori, propriamente chiamati “mangaka”. Giovani ragazze e ragazzi studiano in scuole l’arte e il disegno, compiendo apprendistati nelle grandi aziende produttrici e sperando in futuro di ramificarsi da solo tentando la fortuna. La vita di questi giovani disegnatori – ma anche dei “veterani” – è impressionante, un tour de force ininterrotto per la sempre più domanda. Osservando la foto in copertina, possiamo notare come è strutturata la settimana-tipo di un mangaka: i riquadri blu indicano il lavoro al disegno, mentre quelli rosa e verde indicano rispettivamente il lavoro con gli assistenti e la colorazione di pagine e copertine; solo questi tre aspetti coprono quasi tutta la settimana lavorativa di un mangaka. Successivamente, le tabelle grigie indicano le ore in cui è possibile riposare (da notare le due ore di sonno disponibili il lunedì), mentre le sezioni gialle sono le pause-pranzo, in cui il lunedì è possibile fare solamente un pranzo al giorno alle 8:00 della mattina. Possiamo infine chiederci se questi mangaka hanno del tempo libero: sì, le caselle bianche, che occupano tre ore delle 168 ore totali presenti in sette giorni lavorativi. 

Il Giappone è una delle superpotenze globali e il mondo dei manga è sicuramente una delle fonti di guadagno nazionali più importanti e in crescita. Dietro però all’immagine di un territorio florido si estende questa grande ombra di sfruttamento lavorativo, in giapponese “karōshi”: propriamente questo termine indica l’esaurimento fisico e mentale per l’eccesso di lavoro. Per esempio, una reporter della NHK (stazione radiofonica e televisiva pubblica giapponese) che, nel 2013, è stata trovata morta nel suo appartamento per un attacco cardiaco, dovuto alle ben 146 ore di straordinari compiuti nell’ultimo mese. Ogni giorno, la popolazione giapponese e il governo combattono per annientare questo fenomeno sociale e culturale tipico dell’isola: oltre ad uno specifico “numero verde” per chi soffre di questo esaurimento lavorativo, la dirigenza politica ha creato l’iniziativa del “Premium Friday”, la possibilità per i lavoratori di poter uscire dall’ufficio alle 15 dell’ultimo venerdì del mese. 

Di fronte a migliaia di ragazzi stranieri che sperano un giorno di diventare importanti mangaka, a pochi è conosciuta questa tragica situazione lavorativa che ogni giorno migliaia di ragazzi devono sopportare. Sachiko Kamimura, animatrice “veterana” e direttrice di molti film del celebre “Doraemon” ha denunciato sul suo blog questa situazione, seguita poi da molti altri ricchi ed esperti mangaka: “Numerosi giovani animatori freschi di scuola sono improvvisamente catapultati in un lavoro dove non possono nemmeno mangiare”, ha scritto Kamimura, porgendo agli occhi giapponesi e – soprattutto – a quelli mondiali la vera realtà che esiste e permane da anni dietro alla grande moda di anime e manga, un vero e proprio sfruttamento lavorativo di giovani disegnatori costretti ad un salario iniziale di poco meno di un euro all’ora. 

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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