Il razzismo non si ferma, neanche di fronte alla guerra

Accuse di discriminazione razziale. Sugli autobus, nelle stazioni dei treni, dentro i campi improvvisati per l’accoglienza da parte delle forze militari ucraine, soprattutto al confine con la Polonia. Fenomeni di razzismo verso folle straniere proveniente dal continente africano si starebbero verificando già dopo pochi giorni l’apertura delle frontiere, grazie alle centinaia di testimonianze che le principali testate giornalistiche e organizzazioni internazionali di tutto il mondo stanno riportando nel loro Web. 

Le voci sono state raccolte dalla stampa internazionale e dai social media. Nonostante l’immediata smentita di Varsavia, abbiamo la possibilità di raccogliere le numerose dichiarazioni di queste ondate di profughi in fuga dall’ex repubblica sovietica. “Ci hanno detto “No Blacks”, e ci hanno fatto scendere dal bus che stava attraversando la frontiera con la Polonia. A me, alla mia famiglia e ad altri immigrati”, ha raccontato all’Independent l’attivista nigeriano Osarumen, in Ucraina dal 2009; “C’era un gruppo di ragazzi africani alla frontiera con la Romania. È stato minacciato da alcuni ucraini, le loro auto sono state accerchiate per far sì che non proseguissero”, ha dichiarato un altro ragazzo sui social. 

Di fronte al proliferare di queste accuse, lunedì 28 febbraio l’Unione Africana (UA), con le parole del capo di Stato senegalese Macky Sall, ha rilasciato una dichiarazione sotto forma di avvertimento: applicare “un trattamento diverso inaccettabile” agli africani sarebbe “scioccante e razzista” e “violerebbe il diritto internazionale”. “È fondamentale che tutti siano trattati con dignità e senza favoritismi”, aveva già chiesto giorni prima Garba Shehu, portavoce della presidenza nigeriana, riferendo che un gruppo di studenti nigeriani è stato costretto ad attraversare nuovamente il territorio ucraino dopo essere stati rifiutati alla frontiera polacca. Senegal e, soprattutto, Nigeria sono le due comunità africane maggiori presenti in Ucraina, con più di 13.000 studenti registrati nel 2019. 

La Polonia si è da subito schierata contro le azioni militari di Putin, dichiarando che gli attacchi devono essere puniti con controffensive e scelte estreme. Mateusz Morawiecki, primo ministro polacco dal dicembre 2017, in una lettera aperta pubblicata sul Financial Times, ha affermato che “la Russia non può essere fermata solo dalla solidarietà occidentale con l’Ucraina”, ma che con dure deliberazioni e prese di posizioni bisogna bloccare il fanatico desiderio del presidente di ripristino imperiale. Inoltre, Varsavia ha dichiarato la sua non partecipazione alla partita di playoff con la Russia per le qualificazioni ai Mondiali di calcio in Qatar. 

La presa di posizione polacca e la “revenge” ucraina nei confronti del Cremlino non corrispondono affatto a quello che attualmente sta avvenendo nelle frontiere dei due territori. Questi continui casi di discriminazione razziale mostrano una forte contraddittorietà statale: elevarsi a Stati protettori e discriminatori della guerra, ma, al contempo, compiendo violazioni di diritti umani verso etnie considerate “inferiori”. 

Il razzismo continua ad essere un fenomeno “troppo grande” da voler gestire; o meglio, qualcosa che, in questo momento di guerra, per questi Stati, può anche venir meno. La violazione del diritto umano è qualcosa di secondario, anticipato dalla difesa dei confini nazionali e, principalmente, dalla  sicurezza della parte di popolazione bianca. È un sintomo che, sfortunatamente, continua a caratterizzare qualunque Stato, democratico o autocratico che sia; neanche la guerra e la morte di centinaia di persone riescono a scalfire l’iceberg della discriminazione razziale, consegnando alla morte persone che vengono trattate in maniera differente di fronte alla possibilità di salvezza. 

 

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Arienti Stefano

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