Il traffico illegale di organi della Cina

Il traffico illegale di organi è una delle pratiche mafiose più macabre e che colpisce tutti i Paesi del mondo. È un’attività che si insinua, soprattutto in Occidente, all’oscuro dei governi nazionali, il più delle volte poco intenzionati a prendere sul serio la situazione. Talvolta, però, nei Paesi più poveri o nelle grandi Nazioni autocratiche, è una gestione ben nascosta dagli stessi esecutivi al comando, i quali si riparano sotto convegni e false promesse. 

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, per “traffico di organi” si intende il “reclutamento, trasferimento, occultamento o la ricezione di persone viventi o decedute o dei loro organi, attraverso la minaccia, rapimento, abuso di potere o sfruttamento di una posizione di vulnerabilità”. Il Global Financial Integrity di Washington, uno dei maggiori centri di analisi sui movimenti finanziari illeciti, afferma che circa il 10% dei 180 mila trapianti di organi praticati annualmente nel mondo è illegale: significa che quasi venti mila operazioni vengono ogni anno fatti con organi ricavati dal mercato nero, legandosi al fenomeno internazionale della tratta degli esseri umani. Infatti, tra il 2013 e 2014, sedici mila vittime solo in Europa avevano a che fare con questo “commercio umano” e al 12% di esse era stato espiantato un organo con la forza. 

La Cina è probabilmente lo Stato in cui questo traffico illegale ha la maggiore influenza nell’economia statale, proprio perchè questa attività viene da anni celata al pubblico dalla stessa dirigenza governativa. I numeri che trapelano, però, parlano chiaro: 236 milioni di persone sono coinvolte ancora in questa pratica – il 17% della popolazione totale – quasi tutta all’interno del territorio cinese. La pseudo-trasparenza cinese non è quindi tipica solo del sistema mediatico (articolo: “Libertà d’espressione e media in Cina”) e in questa attività le notizie che giungono sono spesso inquietanti. A tal proposito, molti degli obiettivi del traffico di organi sono persone disabili: un rapporto del 2016 del Ministero della Pubblica Sicurezza cinese ha portato all’arresto di 464 sospetti, legate tutte al rapimento di soggetti con disabilità a cui sono state compiute operazioni sotto tortura. 

La Cina potrebbe diventare, però, anche la nuova meta per chi ha bisogno di un trapianto e non può ottenerlo in patria. I lunghi tempi d’attesa e gli alti costi medi per organo, portano sempre più persone disperate a compiere operazioni non del tutto legali nel Paese asiatico. Quello che si cela dietro è per molti un grave problema etico: migliaia di organi sono prelevati ogni anno da condannati a morte, inviati negli ospedali dopo la loro esecuzione e concordato già giorni prima con il carcere. Che la pena di morte sia parte integrante del programma di trapianti della Cina è un fatto ritenuto da molte organizzazioni internazionali inaccettabile, una violazione dei diritti umani e un orribile sfruttamento commerciale del corpo dei prigionieri. 

La Cina cerca di usare il Vaticano per coprire i crimini del prelievo forzato di organi”, così affermava cinque anni fa il Dafoh (Doctors Against Forced Organ Harvesting), una delle sigle più accreditate del settore, esterrefatti per la presenza di un rappresentante del regime cinese al summit internazionale della Pontificia Accademia delle Scienze per stigmatizzare il “turismo dei trapianti”. Il maggior motivo di questa affermazione è l’ennesima non presentazione di dati e documenti utili da parte della Cina per dimostrare che quella pratica era solo un ricordo del passato: le cose, ad oggi, non sono cambiate e, anzi, è un mercato che negli ultimi anni ammonta ad 1,4 miliardi di dollari. 

Nonostante tutte queste accuse, nessuno Stato occidentale sembra voler prendere veri provvedimenti al riguardo, o meglio, modificare una legislazione riguardante il blocco di questo traffico alquanto inefficace. L’ultimo fallimento proviene da Parigi, dove il disegno di legge presentato dal gruppo “Libertés et territoires” (LT) aveva lo scopo di rafforzare i controlli delle strutture sanitarie francesi che collaborano con la Cina, per garantire il rispetto delle regole etiche in materia di donazione di organi. L’esecutivo, però, ha presentato un emendamento di soppressione, affermando come la proposta non aggiungerebbe altro “all’ampio arsenale legale e diplomatico di cui dispone già la Francia”; base giuridica, però, che non sta portando ad eliminare un attività come quella del traffico di organi, autrice di migliaia di morti ogni anno. 

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Arienti Stefano

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