Il truffatore di Tinder: la prova del dogma chiamato apparenza

Capita a tutti di vedere un film e lasciarsi trasportare nei molteplici universi della nostra immaginazione, immedesimandosi in un personaggio o desiderando di essere i protagonisti di quella storia. Mondi sconosciuti che affascinano gli occhi di chi vorrebbe sollevarsi da una realtà monotona e poca persuasiva; ma non tutti il film provocano questo effetto fulmine, come ad esempio il documentario uscito su Netflix dal titolo “Il Truffatore di Tinder”.

Un uomo ricco e affascinante che conduce una vita sopra le righe, avvolto da jet privati, orologi di lusso e supercar, utilizza il social network di incontri Tinder per adescare le sue vittime, tutte donne con un’irrefrenabile voglia di trovare l’amore dei loro sogni. Inizia tutto con un “match”: le sue vittime si innamorano prima delle sue foto, tempio di una vita perfetta, e successivamente iniziano a chattare e programmare un’uscita. Si fa raggiungere quasi sempre in un hotel di lusso e, da qui in poi, inizia una vera e proprio “tour de force” di emozioni: racconta di essere il figlio di un trafficante di diamante, mostrando il sito web della sua società e spiegando che si muove spesso per lavoro; accenna al fatto della presenza di molti nemici, i quali lo cercano per via di faide lavorative. Nel frattempo, tra una parola e un bicchiere di champagne, chi si trova davanti a lui inizia a subire un processo di “interesse oscuro”: se da una parte la vita che mostra ha una matrice materiale evidente, la sua retorica propone un alone di mistero che crea interesse nelle ragazze. Non lascia niente al caso: ogni gesto assume nella vittima un significato di accudimento, la sua premura verso di loro fa intuire un interesse reale, e il suo denaro fa il resto del lavoro.

Il giorno dopo la prima uscita, le ragazze sono già estasiate e non vedono l’ora di rivederlo. Il contatto tra le due parti è costante e tramite Whatsapp si inizia a instaurare una relazione eccessivamente morbosa rispetto al tempo di una conoscenza primordiale. “Mi manchi” o “Ti amo” sono le tipologie di messaggio che continuano per giorni, finché il cacciatore non concede alla vittima un secondo appuntamento. Lo schema è sempre lo stesso: hotel di lusso, cena spettacolare perfettamente organizzata e infine l’epilogo che possiamo immaginare da soli. Le ragazze rimangono folgorate da una perfezione e da una dolcezza che sembrava risiedere solo nella loro immaginazione. La tecnica di seduzione del truffatore dura più o meno un mese e quando “il dado è tratto” inizia la truffa vera e propria: mentre il truffatore dice di essere in viaggio per affari – anche se in realtà sta raggiungendo solo un’altra delle sue innumerevoli amanti – nel bel mezzo della notte manda un video in cui mostra un finto attentato ai suoi danni, con tanto di sangue e di bodyguard ferito. Tra il panico e la confusione di una ragazza che vede una scena degna del miglior film gangster, il nostro truffatore spiega che per via di questo attacco ricevuto tutti i suoi conti verranno bloccati e non potrà disporre di denaro. Inizia quindi a chiedere un piccolo prestito alla malcapitata che nel turbine della confusione generale accetta, con la certezza che il suo “Billionaire Boy” le restituirà tutto. Dalla prima richiesta, ogni giorno se ne succedono altre di importi sempre più alti, arrivando addirittura a cifre che superano i 500 mila euro. Nessuna è riuscito a dire di no, arrivando a perdere tutto e ipotecando addirittura beni di proprietà; un continuo prestito tenuto vivo solo da quell’ideale che il tuo “angelo” non potrà mai divenire il tuo carnefice.

Non faremo un riassunto del film, ma ci immergiamo in una realtà che inizia a scapparci di mano: lo status sociale e le basi di un edonismo sfrenato distruggono non solo i valori necessari per condurre una vita di successo, ma annientano la nostra capacità di leggere la realtà. In questo caso le vittime sono e rimarranno queste ragazze, che come unica colpa hanno quella di essersi innamorate di un uomo invisibile.

Ci siamo dimenticati che cosa significhi relazionarsi e quanto le relazioni si formino perché guidate da sentimenti reali e non da circostanze che appaiono sfuocate e mistiche, in cui tutto assume un valore monetario o di comodità. Il denaro mostrato sui social, la facilità di avere un successo quasi dovuto e la possibilità di vivere una vita all’estremo stanno creando una generazione apatica e debole di riconoscere la menzogna di tutti coloro che indossano una “maschera perfetta”. Quali saranno le conseguenze se casi come questo non ci pongono davanti alla domanda di realtà o finzione? 

Ora possiamo vivere in entrambi i mondi: o ci attacchiamo alla realtà e impariamo a comprenderla come motore di ragionamento per le nostre vite o altrimenti abbracciamo la menzogna che stiamo creando, in cui puoi costruire la tua vita da sogno idealizzando come l’appartenenza ad una certa classe sociale ti escluda sia dalla realtà di tutti i giorni che dai demoni che incontrerai conducendo una vita di razionalità e sacrificio. Il nostro truffatore ha costruito la “maschera perfetta”, studiando cosa cercano alcune donne e da cosa sono attratte. Immaginiamo, però, se “Il Truffatore” si fosse mostrato nel medesimo modo senza compiere ricatti ed estorsioni e quindi utilizzando l’apparenza solo ai fini della conquista, non sarebbe stato niente altro che un gallo nel pollaio che inizia a saturo di banalità e mancanza di credibilità.

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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