La combinazione studenti-istruzione fa tremare il governo cinese

Hong Kong e il mondo universitario sono di nuovo in guerra. Nelle giornate scorse le principali università della metropoli cinese si sono rese protagoniste di un nuovo atto di “cancel culture”, questa volta nei confronti dei monumenti che commemorano le proteste di Tiananmen a Pechino nel 1989, quando circa 10.000 persone vennero massacrate dal governo cinese solamente per la richiesta di maggiore libertà nei media e un dialogo formale tra studenti e governo. 

 

L’Università non ha mai autorizzato l’esposizione della statua nel proprio campus”: così l’Università Cinese di Hong Kong ha giustificato la rimozione, una “asportazione” del passato che ricalca la dura linea intrapresa dal governo negli ultimi anni verso le numerose critiche e attività che “minacciano la sicurezza nazionale della Cina”.

Si è davanti ad un paradosso. La Cina si sta proponendo al mondo come la prima potenza mondiale, la nuova guida del capitalismo e con atteggiamento “open mind” nei confronti del resto del globo. Internamente è l’opposto: chiusura, annientamento di una volontà democratica, impossibilità di dialogo o co-partecipazione. 

 

Un popolo “istruito” è un problema per il governo della RPC, un paese in via di sviluppo che non è ancora certo dei valori finora tramandati. Quanto l’apertura con l’Occidente può far bene alla Cina stessa? Come l’abbandono delle proprie virtù è un guaio, anche la curiosità lo diviene: il contatto coi popoli occidentali (e in particolare col mondo democratico) crea dubbi e pensieri negli Asiatici, i quali si trovano di fronte a loro un nuovo “Dio buono” più aperto e disponibile rispetto a quello “pregato” fino ad adesso. 

 

È un “instabile equilibrio”. Sono sempre di più negli ultimi anni le notizie di manifestazioni e ribellioni interne alla Cina verso l’atteggiamento delle autorità e all’imposizione del regime totalitario.

È un governo che sta aspirando al trono, ma con un esercito sempre più “innamorato” delle popolazioni che sconfigge. Quanto ancora può durare questa precarietà e quanto ancora la Cina si potrà mostrare come la nuova “conquistadores” senza una base popolare di supporto sono domande a cui non è possibile dare una risposta, se non con l’attesa e la speranza che non ri-accadano tragici momenti come Tiananmen. 

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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