La crisi migratoria del Venezuela

L’America Latina da decenni continua ad affrontare gravi problemi migratori per tutto il subcontinente, causati da governi dittatoriali, sanzioni delle Nazioni Unite, crisi bancarie e assenza di diritti umani. La più grande crisi migratoria attualmente in corso in queste zone è quella del Venezuela, da diversi anni in una spirale di iper-inflazione incontrollata e di fuga verso Stati stranieri. 

 

Gli anni consecutivi di grave contrazione economica e la carenza di beni e servizi primari sono i maggiori problemi di questo Stato. Di fianco, politiche macroeconomiche miopi, politica monetaria irrazionale, corruzione governativa e investimenti insufficienti rendono il quadro ancora più instabile, soprattutto per la popolazione civile. La forte opposizione delle nazioni estere ai diversi governi susseguitesi dagli anni ’90, ha portato ad una limitazione e ad un annullamento del supporto al Venezuela: gli Stati Uniti, per esempio, hanno condotto per anni una guerra economica contro lo Stato, tagliando l’accesso al credito americano e portando ad alimentare le grandi speculazioni nel mercato nero dei beni di base. 

 

Questa crisi economica è stata accompagnata da una profonda crisi politica, iniziata con la conclusione dell’amministrazione Chavez, socialista che rimase al potere dal 1999 al 2013 permettendo uno sviluppo democratico e liberale del Paese. Dalla sua scomparsa, la capacità di orientare l’ancora presente esercito è venuta meno, portando alla nascita di deboli governi schiaffeggiati da sanzioni delle comunità internazionali e da tendenze contraddittorie interne. 

 

Crisi economica e politica hanno portato il Venezuela a perdere negli ultimi anni oltre cinque milioni di abitanti a causa dell’emigrazione, persino più della Siria sconvolta dalla guerra civile. Si assiste ad una rivoluzione demografica: nel Paese predominano donne, anziani e bambini – situazione tipica delle zone ad alta emigrazione – in cui le persone in età lavorativa, soprattutto di sesso maschile, sono costrette ad andare a lavorare all’estero per mantenere i familiari rimasti in patria. Si calcola, quindi, che il 60% delle persone che hanno abbandonato la Nazione hanno un’età compresa tra i 15 e 50 anni, arrecando una conseguente mancanza di forza lavoro interna e un ostacolo per il sistema economico produttivo.  

I principali servizi statali, incluse anche le strutture sanitarie, sono al collasso, generando nella popolazione massicce difficoltà rispetto alla sicurezza alimentare e alla nutrizione. All’estero, la maggior parte dei migranti venezuelani vivono in una situazione di irregolarità, senza accesso ai servizi e percorsi di protezione, restando perciò vulnerabili allo sfruttamento e agli abusi.

 

I problemi di questo esodo non sono solo per il Venezuela. Un massiccio numero di migranti in fuga dal Paese ha invaso le coste del Cile, alimentando il già presente contesto di xenofobia che dilaga da tempo tra il popolo. “Basta. Niente più immigrati delinquenti. Chiusura del confine.”; dietro un lungo striscione nero, diverse migliaia di persone hanno manifestato domenica 30 gennaio a Iquique, nel nord della capitale, città costiera divenuta dal 2020 un punto di transito per i migranti irregolari. 

Situazioni di violenze nei confronti dei profughi, a margine della manifestazione, mostrano uno Stato che, nonostante la transizione democratica con l’avvento del nuovo presidente Boric, ha ancora gravi problemi di delinquenza e conservatorismo sociale sul tema migratorio. “Il Cile trasmette un’immagine terribile di sé. La responsabilità ricade sulle autorità pubbliche”, così afferma Francisca Vargas, direttrice della Clinica legale per migranti e rifugiati dell’Università Diego Portales, evidenziando la necessità di centri d’accoglienza e una politica maggiormente organizzata. 

La costruzione di un fosso al confine settentrionale, progetto presentato durante le elezioni di novembre e dicembre 2021 dal rivale di Boric, José Antonio Kast, rischia di tornare in voga tra i cittadini cileni, di fianco ad una questione migratoria debolmente considerata dal neo presidente e dal suo entourage: “Sono situazioni serie e complesse. Vogliamo governare diversamente di fronte a queste situazioni”, ha dichiarato di recente la portavoce del governo Boric, senza dare però ulteriori dettagli e possibili soluzioni per un problema sempre più asfissiante per tutta l’America Latina.

 

Condividi:

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Arienti Stefano

Arienti Stefano

Scopri altri articoli

Precedente
Successivo