La crisi umanitaria in Etiopia

L’Etiopia entra a far parte dell’ormai numeroso “club africano” dei Paesi devastati da guerra e da povertà, dovute principalmente al drammatico duello che vede contrapposta la regione settentrionale del Tigray al governo Etiope. 

Il conflitto, ignorato dall’ONU e dal resto delle organizzazioni internazionali, è teatro di atrocità e violazioni  di diritti umanitari, affossando così la nazione nella fame e nel sangue.

 

Tutto ha avuto inizio nel novembre del 2020, quando le truppe di Addis Abeba attaccarono la regione del Tigray, dove si erano tenute le elezioni non autorizzate vedendo il partito d’opposizione, il Tigray People’s Liberation Front. Siglando la pace con l’Eritrea (2019), storica rivale, il premier Abiy Ahmed ha dato inizio ad una offensiva su larga scala per sottomettere la regione ribelle. 

Massime figure politiche e religiose si sono espresse a lungo questo anno, invitando alla pace tra le due parti in causa, ma sino ad ora tutti gli appelli sono apparsi inascoltati. Antony Blinken, Segretario di Stato degli USA, ha affermato che: “tutte le parti devono fermare le operazioni militari e iniziare i negoziati per il cessate il fuoco senza precondizioni”. Al momento,  nulla sembra aver effetto e né i ribelli né tanto meno il governo sembrano intenzionati a voler deporre le armi per sedersi al tavolo delle trattative. 

 

L’indisponibilità delle parti – e il mancato interesse degli Stati esteri – portano i diritti umani a divenire le prime vittime del conflitto. Strategie organizzate di violenza sessuale, saccheggi e detenzioni illegali hanno causato, dall’inizio degli scontri, oltre 2,7 milioni di sfollati interni e migliaia di profughi, riversatisi nelle regioni confinanti del Sudan orientale. L’ONU ha inoltre confermato che i militari bloccano l’accesso alle vie di comunicazione, impedendo la distribuzione di cibo e aiuti nella regione: l’80% della popolazione residente (6 milioni di persone) rischia oggi di morire di fame, apprestandosi a diventare una delle peggiori carestie in Africa dal secondo dopoguerra. 

 

Le accuse di massacri si moltiplicano, così come le richieste internazionali di considerare la questione come un vero e proprio “genocidio”. Le testimonianze denunciano, in particolare, i pesanti stupri e violenze sessuali di massa alla popolazione del Tigray, con migliaia di donne, ragazze e bambine vittime di abusi perpetrati da uomini in uniforme. Mark Lowcock, coordinatore dei soccorsi di emergenza delle Nazioni Unite, ha dichiarato che “non c’è dubbio che la violenza sessuale sia usata in questo conflitto come arma di guerra, come mezzo per umiliare, terrorizzare e traumatizzare un’intera popolazione oggi e una generazione successiva domani”. L’indagine condotta congiuntamente dall’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite e dalla Commissione etiope per i diritti umani, accusa direttamente il governo centrale di aver ostacolato volontariamente le comunicazioni e minacciato giornalisti per coprire questi abusi e crimini di guerra. 

 

A rendere il quadro ancora più disperato e difficoltoso sono le reazioni della popolazione etiope. Negli ultimi mesi hanno impressionato le immagini arrivate dalla capitale, che mostravano una marea umana nelle strade per manifestare il proprio sostegno al governo e al leader del paese, con cartelli inneggianti allo scontro.

Parole prese in prestito dal leader Abiy Ahmed (salito al potere nel 2018 e insignito del premio Nobel per la pace l’anno seguente per la tregua con l’Eritrea), il quale ha invitato il popolo a “sospendere ogni attività per marciare con ogni arma per seppellire i terroristi”. Questa “chiamata alle armi” mostra quindi un operato sempre ambiguo del neo-governo, seppur dimostrato rivoluzionario rispetto al passato oppressivo che aveva caratterizzato l’Etiopia. 

 

La promessa del leader di una “guerra lampo” è venuta meno, facendo sprofondare il paese nel caos. I problemi economici hanno addirittura spinto il primo ministro al richiamo internazionale di tutti i nativi etiopi (operazione “Great Return”) e donazioni per la ricostruzione statale, allo scopo di inviare un messaggio di normalizzazione al mondo intero – e mascherare i problemi umanitari che stanno “venendo a galla”. 

Da ormai un anno dall’inizio di quello che Addis Abeba aveva presentato all’Unione africana come “poco più di un’operazione di polizia”, il conflitto non accenna a concludersi e inquietanti interrogativi e preoccupazioni si moltiplicano, sia sul futuro dell’Etiopia che su quello della popolazione Tigrina. In questo quadro, solo il 22 aprile il Consiglio di Sicurezza ha rilasciato la sua prima dichiarazione sulla crisi, senza però mostrare alcuna urgenza e determinazione ad agire. Un paura poco nobile di fronte al coraggio delle donne del Tigray, che hanno sfidato terrore e stigma per denunciare le violenze subite. 

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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