La cultura dell’overwork

L’uomo sta entrando sempre di più nell’epoca della tecnica e della produttività, in cui l’assenza di un valore creativo e di uno sviluppo delle capacità dell’individuo non permette al sistema economico di assicurarsi un ricambio generazionale. Il lavoro oggi segue una sola filosofia: raggiungere gli obiettivi imposti nel modo più efficace e nel minor tempo possibile, dimenticandosi del valore morale e creativo che un individuo possiede.

Lavoriamo molto più di prima e senza avere orari. Il valore che noi attribuiamo al nostro tempo è completamente determinato dalla sfera lavorativa: questo potrebbe non spaventare se pensiamo alla produzione continua come unico mezzo per l’ottenimento di risultati, ma è un concetto che tralascia la sfera creativa presente in ognuno di noi, capace di generare idee nuove e permettere all’individuo di crescere umanamente, acquisendo fiducia in se stesso.

Noi lavoriamo più dei patti prestabiliti e, spesso, senza un motivo preciso, sperando di ottenere un riconoscimento dovuto che puntualmente non arriva mai. Il significato di “ sacrificio” sarà accostato alla parola “necessità” e il termine disponibilità si tradurrà con “dovere”. In questo tragico disegno si racchiude tutta la depressione giovanile legata al mondo del lavoro. 

Gli anni ‘80, tanto glorificati dal boom economico, hanno creato una generazione avida che come unico scopo ha la massimizzazione del profitto. A distanza di quarant’anni, il ricambio generazionale sembra essere ancora lontano e non si avverte la volontà della “seniority” a cedere il testimone alle nuove generazioni. 

Nella cultura del fallimento esiste un paradosso che sostiene come una generazione che non osserva i suoi fallimenti penserà che la colpa di essi sia legata alle nuove generazioni; questo controsenso sospende qualsiasi possibilità di dialogo tra generazioni diverse. 

Se prendessimo 1000 aziende con più di 300 dipendenti ed andassimo ad analizzare i vari organigrammi, ci accorgeremmo di come le posizioni dirigenziali e di prima responsabilità sono per il 63% coperte da soggetti con un’età superiore ai 42 anni, trovando raramente soggetti di età compresa tra i 23 e i 35 anni. Un dato del genere deve porre una domanda: se la mole di lavoro che affrontiamo è superiore rispetto ai risultati che oggettivamente potremmo ottenere, che cosa ci spinge a lavorare così tanto?  

Il modello Americano ha creato il concetto di meritocrazia moderna. È sotto gli occhi di tutti come questo paese sia considerato il porto in cui approdare se si vuole sperare di avere carriera. L’America non parte con un vantaggio storico, tanto che il boom economico finanziario degli anni ‘80 ha permesso a giovani affamati di successo di scalare le gerarchie e posizionarsi nei ruoli di comando. Il mercato offriva più opportunità e perciò la possibilità di crescita lavorativa era notevolmente più alta rispetto alla situazione dei nostri giorni. Il mindset americano ha avuto la forza di essere coerente fino ad ora, nonostante le difficoltà che il mercato ha affrontato in questi anni. Se hai delle qualità e il tuo lavoro porterà risultati tangibili allora la tua crescita lavorativa sarà esponenziale e garantita.

Non c’è sviluppo perché non esiste libertà creativa. Il venir meno di questo potenziale giovanile porta la mente umana alla rassegnazione, mostrandosi sempre più favorevole a diventare un ripetitore di compiti assegnati. Il tempo che molti si sentono sottratti è in realtà un’occasione per osservare quanto il loro valore venga deriso e non calcolato. La paura di trovarsi senza lavoro e con le aride possibilità di trovarne uno nuovo,  rende l’uomo incondizionatamente disponibile a lavorare in qualsiasi momento e in qualsiasi condizione. L’unico modo per uscire da questa strada a senso unico è la costruzione di nuovi valori, volti a sovvertire il paradigma che il tempo sia soltanto una costante superflua per la ricerca delle nostre capacità.

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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