La cultura di Vladimir Putin: l’Homo Sovieticus e la Chiesa ortodossa

In queste settimane di guerra, tutto il mondo sta provando a capire, chi più “violentemente” di altri, cosa ha spinto Putin a intraprendere l’invasione, perchè continua imperterrito e cosa c’è dietro quell’impassibile volto che contraddistingue lo “Zar di Ghiaccio”. Sempre freddo e imperturbabile, il presidente russo non ha mai rinunciato, come il suo entourage, a presentarsi in maniera formale, consegnando al mondo un’immagine di sé sempre curata e impeccabile. La differenza di vestiario tra ucraini e russi, spiccata anche in occasione dei negoziati tra le delegazioni dei due Paesi, vede uno stile di presentazione completamente opposto: da un lato, l’Ucraina è dall’inizio del conflitto che predilige “capi militari”, colori che rimandano alla bandiera nazionale e un’attenzione al messaggio tipica di un ex attore come Zelensky. Dall’altra, Putin non si è mai presentato in abiti “da guerra” o informali, sempre con giacca e cravatta, pronto ad esercitare la sua costante formalità anche in un momento tragico come questo. Cosa c’è, però, dietro a questo abito? Qual è la cultura che ha modellato l’atteggiamento del presidente e quindi anche l’intenzione di iniziare una guerra ai più inconcepibile?

Un primo livello d’analisi deve obbligatoriamente toccare la cultura di formazione giovanile e adulta del presidente, uno dei massimi esponenti del KGB, il temutissimo servizio segreto sovietico. Istituito ufficialmente nel 1881, dopo l’attentato allo zar Aleksander II, viene identificato da molti studiosi come l’unica organizzazione di spionaggio nell’Europa di quel tempo con poteri praticamente illimitati, padrone di un’ampia sfera di attività che eccedeva senza grandi preoccupazioni la legge statale. Nel 1903, il marxista Pëtr Struve, scrisse come la differenza fondamentale tra la Russia e il resto dell’Occidente fosse “il potere assoluto della polizia politica a cui lo zarismo affida la propria sopravvivenza”, una caratteristica che sembra essersi tramandata fino ai nostri giorni. La illimitatezza di potere, la forza assoluta coercitiva della polizia politica e la non preoccupazione statale sono tre aspetti che non possiamo non identificare in Vladimir Putin: fisionomie ed esteriorità che provengono da una cultura (parzialmente) formatasi durante il periodo di spia del KGB. 

Putin, in secondo luogo, ha dimostrato e riconfermato la non-morte dell’Homo Sovieticus. Termine coniato da Aleksandr Aleksandrovič Zinov’ev, era in passato un riferimento critico e sarcastico alla persona media dell’URSS, un modo per sbeffeggiare i risultati negativi delle politiche sovietiche. Nel Presidente, come in una buona parte della popolazione civile russa (e di altri Stati), riecheggia quella cultura di massa omogenea, una mentalità, un approccio generale al mondo e alla realtà che tutt’oggi caratterizzano l’uomo russo. È un homo sovieticus, quello di Putin, che ha la pretesa di riconfermare il primato sovietico all’Europa e al mondo, di dimostrare un modello culturale intramontabile e solo parzialmente sconfitto durante la caduta dell’URSS. Putin pensa di avere la verità in mano, colui che in un modo o nell’altro ha lo scopo di innalzare quella cultura sovietica da decenni abbandonata e “lasciata da parte”. 

Un terzo e ultimo elemento, poco esaminato in queste settimane di guerra, è la presa di posizione della chiesa ortodossa russa verso l’invasione. Importante fattore culturale di entrambi i poli in guerra (71% dei russi e 78% degli ucraini), il cristianesimo ortodosso ha subito una profonda trasformazione, soprattutto nel territorio di Mosca, che l’ha portata ad assumere un ruolo sempre più determinante nella vita pubblica cittadina. Con l’ascesa di Kirill I, nel gennaio 2009, si raccolse quell’invito a potenziare la “cooperazione della Chiesa con lo Stato e la società civile, anche nel campo del miglioramento delle leggi”, come annunciato dal predecessore Alessio pochi mesi prima della sua morte. Sotto la nuova guida, la Chiesa ortodossa russa è divenuta uno dei principali e più forti alleati del governo di Putin, della sua propaganda patriottica e della sua necessità di “esportazione sovietica mondiale”. Non deve quindi sorprendere l’atteggiamento di Cirillo nei confronti dell’invasione: il primo momento di silenzio e il successivo supporto agli scontri, invocando giustificazioni storiche e ideologiche, che mostrano un allineamento culturale e politico del governo russo e della Chiesa ortodossa russa. Detto ciò: è Putin che controlla e ha plagiato la Chiesa ortodossa o è la cultura della Chiesa ortodossa ad aver modellato la mentalità dello Zar? 

Al di là dei punti irrisolti, la formazione culturale di Vladimir Putin, come mostrato nell’articolo, è predominata da un senso di onnipotenza, una necessità – non personale ma di un’intera comunità – di risollevare un’erudizione e un ideale dal mondo dimenticato, con la necessità di una figura in grado di prendersi carico di questo problema e di combattere contro l’invasione occidentale esterna.

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Arienti Stefano

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