La dipendenza di Putin dagli oligarchi russi

Fieri della loro amicizia con Putin, gli oligarchi sono, dalla caduta dell’Unione Sovietica, il centro economico della Federazione, in grado di influenzare, assieme allo Zar, il Paese più esteso del mondo. Business men miliardari, cittadini privati con ampi spazi nel mondo pubblico e istituzionale, che negli anni hanno rappresentato spesso una sorta di “para-Stato”, nascondendo le crisi economiche e risollevando il Paese dal baratro. Putin dipende da loro, dalla loro ricchezza e dalla loro forza “sollevatrice”: la loro “freddezza” nei confronti della guerra in Ucraina potrebbe rappresentare uno dei pochi mezzi e armi per affrontare Putin, andando ad attaccare i loro beni e i loro patrimoni. 

Gli oligarchi russi legano il loro nome e la loro storia all’epoca della grande Unione Sovietica, quando Mikhail Gorbaciov, segretario generale del Partito Comunista, introdusse il sistema della perestrojka, un insieme di riforme che liberalizzavano parzialmente il mercato sovietico e dando la possibilità ai più importanti imprenditori di accumulare capitale. Con la caduta del regime sovietico nel 1992, queste poche figure ebbero la possibilità di comprare a prezzo di saldo i beni statali, aumentando in maniera esagerata il loro patrimonio e dividendosi la ricchezza della defunta URSS. Nel corso dei decenni successivi, hanno rappresentato un “potere nel potere”, accompagnando l’economia della Federazione nei difficili anni post era sovietica. Si è venuto a creare un rapporto ben radicato, legato ad una logica di dipendenza reciproca. Ma è proprio questo stretto legame una delle armi più potente che l’Occidente ha nelle proprie mani per interrompere l’assurda invasione dello Zar: allo scoppio della guerra, gli oligarchi sono stati quelli maggiormente colpiti dalle sanzioni occidentali, portando qualcuno di loro a mostrare già un timido dissenso nei confronti della scelta di Putin e con la speranza di poter allontanare il loro salvadanaio e i loro affari dalle mani del governo russo. 

Alisher Usmanov, investitore sportivo e azionista di maggioranza del conglomerato industriale Metalloinvest. Alexander Lebedev, possessore di significative quote di Sberbank e il cui figlio all’interno della Camera dei Lord inglese. Oleg Deripaska, capo di Rusal, il secondo produttore di alluminio al mondo. Mikhail Fridman, di origini ebraiche e cresciuto in Ucraina, fondatore di Alfa-Bank, una delle banche più grandi della nazione. Nomi poco noti; sicuramente meno conosciuti rispetto a quello di Roman Abramovich, nelle ultime settimane sotto i riflettori mondiali per aver venduto il club calcistico Chelsea, allo scopo di donare ai cittadini ucraini i ricavi. Politico e imprenditore russo, fu uno dei primi a sfruttare le concessioni della perestrojka e ad aprire imprese private in tutto il globo. Acquistò successivamente Sibneft, una delle più grandi compagnie petrolifere della Russia e venduta a Gazprom nel 2002, ottenendo 12 miliardi di dollari di guadagno netto. 

Yacht, beni vari e conti bancari custoditi all’estero. I beni degli oligarchi russi sono sparsi in tutto il mondo, sempre di più a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. C’è, però, un altro paradiso fiscale che negli anni è divenuto meta economica di questi influenti, l’isola di Cipro. La città di Limassol, contornata da pubblicità di investimenti immobiliari e grandi grattacieli vuoti, è diventata nel corso degli anni una “piccola Mosca”, caratterizzata da auto di lusso e da tutte le fortune russe fluite dalla caduta dell’URSS. Aliquote fiscali basse, segreto bancario, società e holding; è un vero e proprio paradiso fiscale, garantito dalle autorità locali e che ha visto almeno cinque oligarchi aprire conti in banche locali e almeno dieci con residenza e passaporto. In particolare, la politica dei “passaporti d’oro”, lanciata nel 2007 e sviluppatesi dal 2013 in poi (vietata da soli due anni), ha permesso a quelle persone che hanno investito in immobili più di 2,5 milioni di euro di ottenere la nazionalità cipriota e, di conseguenza, un passaporto europeo. 

A Cipro, come anche in altre grandi località di tutta Europa, il problema è trovare i veri proprietari dei fondi di investimento, delle società, delle ville: “Ci vuole anche volontà politica per trovare i beni che potrebbero essere sequestrati. A Cipro (come nel resto del mondo) i conflitti di interesse sono immensi. Lo scandalo del passaporto d’oro ne è la prova”, dichiara Alexandra Attalides, parlamentare del partito europeo dei Verdi. “Coloro che hanno fatto affari con gli oligarchi devono interrompere tutti i rapporti!”, è necessario slegare una volta per tutte i forti rapporti tra questi imprenditori e il governo russo, colpire al cuore economico della Russia. 

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Arienti Stefano

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