La Grecia e l’Europa non riescono a gestire il problema migratorio

Voci e video di un migrante ucciso al confine turco, un gommone accolto dagli abitanti delle isole con insulti e violenza, migliaia di uomini rinchiusi in centri di accoglienza inadatti e inospitali; il tutto contornato dal presidente turco Erdogan che approfitta di questa incapacità per ottenere finanziamenti dall’Europa, riversando quando necessario migliaia di profughi nel territorio greco. 

La Grecia, come tanti altri Paesi del Mediterraneo, è un esempio dell’incapacità europea nella regolamentazione del sistema migratorio, fonte di guadagno e potere per tante Nazioni e causa di crisi e violenze civili per molte altre. Seppur il numero di arrivi nel territorio greco sia nettamente inferiore rispetto a quello italiano (poco meno di nove mila rispetto ai più di sessanta mila in Italia), il binomio UE-Atene non riesce a regolare il numero di richiedenti asilo e, soprattutto, delle morti dei molti profughi che tentano tratte mortali per giungere sulla terraferma. 

Non solo la violenza del governo greco e delle forze dell’ordine – di cui parleremo successivamente – ma soprattutto i rapporti con la Turchia rendono complicato stabilizzare questo problema. Nell’ottobre 2015, venne firmato l’Accordo UE-Turchia, allo scopo di regolare il flusso infinito di persone che da Ankara si riversavano sulle coste greche. Il piano congiunto aveva l’obiettivo di intensificare gli sforzi turchi sui propri apparati statali, cercando di limitare le partenze irregolari verso l’Europa, la quale stanziò oltre tre miliardi di euro per supportare il governo in una più efficace assistenza sanitaria. Nonostante i buoni propositi iniziali, la natura problematica dell’accordo non tardò a presentarsi: la possibilità per Erdogan di ricattare e aprire i confini a proprio piacimento – venendo meno all’accordo – costringe la Grecia ad accogliere grandi masse di migranti, alimentando l’odio popolare e l’insicurezza cittadina. 

Nuovi muri di cemento alti tre metri circondano oggi i molteplici campi profughi nel territorio greco, isolando dal mondo i richiedenti asilo e criticate dalle associazioni internazionali per l’assenza di dignità in cui queste persone sono costrette a vivere. È il caso di Eleonas Camp, un centro accoglienza nella periferia industriale di Atene nel quale duemila persone sono in attesa di risposta da parte del governo, cercando di sopravvivere assalendo i cassoni della spazzatura delle grandi aziende circostanti. “La vita al campo è dura e si vive alla giornata. Si può uscire se hai un lavoro, ma la maggior parte di noi trascorre le giornate all’interno”, racconta un congolese da quasi quattro anni nel territorio greco come profugo. Nonostante i numerosi programmi di reinserimento gestiti principalmente da organizzazioni di volontariato e ONG, i manifesti all’ingresso del campo mostrano una vita corrotta e succube di un tempo infinito, di fronte alla speranza costante di un cambiamento anche minimo: “Durante la pandemia la popolazione locale ha sperimentato in minima parte cosa significa non avere il diritto di vivere, cosa significa essere esposti alle politiche di tolleranza zero della polizia. Uno spazio di incarcerazione e morte a lungo termine per i migranti”. 

In questo drammatico quadro, il governo greco non è certo d’aiuto, nascondendo addirittura violazioni e omicidi nei confronti di questi profughi. Recentemente, voci e video sui media affermano come le guardie costiere del Paese avrebbero gettato alcuni rifugiati in mare al largo dell’isola di Samos, annegando due persone; il governo ha immediatamente smentito, affermando come tali rapporti siano il risultato della disinformazione illegale turca. Avvocati e autorità di sicurezza stanno indagando su questo caso, affermando come accadano spesso nel territorio e soprattutto nei confronti di piccoli gruppi scelti.

Il panorama migratorio in Europa è sempre più complicato, soggetto all’influenza di territori esterni all’organizzazione e in grado di regolare uscite ed entrate nei confini dell’Unione. L’assenza di una regolamentazione interna e l’assenza di aiuti internazionali verso quegli Stati asiatici e africani a rischio sopravvivenza, rende sempre maggiore il numero di arrivi, l’odio dei locali e, di conseguenza, il numero ingiusto dei morti nelle gelide acque mediterranee. 

Condividi:

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Arienti Stefano

Arienti Stefano

Scopri altri articoli

Precedente
Successivo