La pena di morte

La pena di morte, definita anche “pena capitale”, è una sanzione penale la cui esecuzione consiste nel privare il condannato della sua stessa vita. Ha origini, come ben possiamo immaginare, alquanto antiche, utilizzata per punire assassini, eretici o traditori del Re. Col passare del tempo, è rimasta una pratica utilizzata da circa 80 Paesi per delitti e crimini molto gravi, di fianco ad un enorme processo di condanna da parte di numerose associazioni, principalmente Amnesty International. In Italia, la pena capitale è rimasta in vigore fino al 1889, ripristinata nel 1926 da Mussolini e, successivamente, mantenuta solo per i reati di collaborazione con nazisti e fascisti o inflitta dai tribunali militari degli alleati della Seconda guerra mondiale; solo al giungere della Costituzione, la pena di morte venne definitivamente abolita, sostituita con la massima condanna quale l’ergastolo. Nonostante le opposizioni europee, rimane un fenomeno ancora presente in molti Stati e federazioni, una pratica ancora utilizzata seppur controversa. 

Sul gradino più alto del podio, la Cina si posiziona da decenni come lo Stato con il maggior numero di esecuzioni all’anno. Secondo la legge attuale, 46 reati sono soggetti alla pena di morte, un terzo dei quali illeciti economici, come corruzione e uso di tangenti. Nell’agosto del 2015, il Comitato Permanente del Congresso Nazionale del Popolo, ha modificato il codice penale, eliminando la pena capitale per nove reati: essi comprendono il contrabbando di armi, munizioni, materiali nucleari o denaro contraffatto; contraffazione del denaro; raccolta di fondi per mezzo di frodi; favorire la prostituzione; ostacolare comandante o persona di turno nell’esercizio dei suoi compiti; invenzioni di “fake news” in tempo di guerra. Questo elenco mostra, quindi, grandi passi avanti rispetto al passato riguardo all’abolizione della pena di morte, incentrando la pratica principalmente per casi di omicidio, stupro, rapina e reati di droga. Quello che però caratterizza il grande Stato asiatico, sono l’assenza di informazioni riguardo ai numeri del fenomeno, continuamente trattati come “top secret” e segreti di Stato. La stima sui dati reali si basa esclusivamente su fonti diplomatiche o giornalistiche occidentali, con poche voci che negli ultimi anni hanno iniziato a filtrare dal regime comunista. Secondo un articolo ripubblicato dall’Asia Wall Street Journal, dal 1998 al 2001, 15.000 persone, ogni anno, sono state mandate a morte a Pechino; nel 2016, secondo le stime dell’organizzazione non governativa “Dui Hua Foundation”, il Paese ha eseguito “solamente” 2000 condanne a morte, in netta diminuzione anche negli anni più recenti. 

Questo mitigarsi del fenomeno della pena di morte sta avvenendo in quasi tutto il mondo, e molti Stati stanno ampliando e rafforzando i diritti umani, anche nei confronti di chi compie gravi reati. Le leggi dell’Arabia Saudita si basano sia sulla Sharia (legge sacra dell’islamismo) che sul diritto consuetudinario, mentre il Corano e la Sunna formano la Costituzione. L’applicazione rigida della religione porta alla pena capitale anche persone che hanno compiuto reati che in Paesi democratici vengono considerati diritti. Infatti, la pena di morte è prescritta per omicidio, stupro, rapina armata, traffico di droga, stregoneria, adulterio, sodomia, omosessualità, apostasia (come rinuncia all’Islam), terrorismo, tradimento, spionaggio e reati militari. Seppur il sempre minor dilagare della pratica, la brutalità che contraddistingue l’Arabia Saudita è rara ai più. Una delle tecniche utilizzate nel regime arabo è la decapitazione: essa avviene nella città dove è stato commesso il crimine, vicino alla moschea più grande, portando il condannato con le mani legate di fronte ad un boia, il quale sguaina la spada tra le urla cittadine di “Allahu Akbar” (“Dio è grande”). Secondo mezzo, meno sanguinoso e “scenografico”, è la fucilazione, autorizzata dai governi nel marzo 2013 per far fronte alla carenza di boia qualificati, anche se “La decapitazione con la spada è il metodo migliore per raggiungere lo scopo della punizione nell’Islam, in quanto non provoca alcuna tortura”, ha affermato Sheikh Ali Al-Hakami, membro del Consiglio degli Ulema (principale associazione dei religiosi sunniti dell’Iraq).

Abolizione o legalità? Se i sistemi occidentali, e non solo, hanno fatto numerosi tentativi per raggiungere una soluzione umanitaria, il problema si pone ancora in molte altre nazioni, soprattutto da un punto di vista sociologico-psicologico. Come mostrato dalle parole di Al-Hakami, il problema tanto innalzato della funzione della pena come rieducativa viene meno proprio per le diverse interpretazioni di “educazione” del reo, che assume mezzi e processi diversi per imporsi. Inoltre, riprendendo il nostro Paese, secondo un sondaggio del 2010 realizzato da SWG (gruppo di progettazione e realizzazione di ricerche di mercato, di opinione e istituzionali) il 25% degli intervistati si è dichiarato favorevole alla pena capitale. Oggi, secondo quanto emerge dall’ultimo Rapporto Censis, oltre il 43% degli italiani sarebbe pro alla reintroduzione della pena di morte. Rimane quindi, un fenomeno alquanto controverso, che assume pesi e contrappesi diversi in base alla situazione culturale che ogni Paese sta attraversando: una richiesta di abolizione nei Paesi in cui è legale; una richiesta di reintroduzione in quelli in cui non è più legge. 

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Arienti Stefano

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