L’Afghanistan tra oppio ed eroina

La mezzaluna d’oro è la regione asiatica con la maggior produzione di oppio ed eroina al mondo, un’area che include Iran, Pakistan, India, Nepal e soprattutto Afghanistan. 

Il clima temperato umido e il suolo sabbioso, rendono l’Afghanistan il territorio idealmente perfetto per la coltivazione di oppio, il quale, dopo una drastica diminuzione della produzione nei primi anni 2000, è divenuto la principale fonte di guadagno per lo Stato, con stime che mostrano come il 93% degli oppiacei mondiali provengano da questo territorio. 

 

Se non ti uccide la guerra lo farà la tua droga” è uno dei detti più famosi di Kabul: il taryak (bulbo concentrato di oppio) costa l’equivalente di venti centesimi di euro; l’hashish ne costa solo 45; l’eroina tre euro e mezzo massimo se particolarmente costosa. Da questi semplici dati possiamo notare tutta l’imponenza del mercato oppiaceo afgano, il quale può garantirsi – nonostante l’attuale crisi umanitaria – prezzi nettamente inferiori rispetto al resto del mondo. 

Le più recenti stime dell’ONU affermano come, tra mercato interno ed esportazioni estere, oppio ed eroina generano ormai “tra il 9% e il 14% del prodotto interno lordo”, superando persino il valore delle esportazioni legali di beni e servizi ufficialmente registrate (9% del PIL). 

 

Il numero di drogati è aumentato esponenzialmente negli ultimi vent’anni: nel 2005 si registravano 200.000 persone dipendenti dagli oppiacei; nel 2015 il numero ha raggiunto i 2,4 milioni, incrementandosi ancora di più negli ultimi sei anni. 

Nessuno è escluso da questa “tendenza”: spesso le mogli iniziano ad assumere droga con i mariti, continuando anche durante i periodi di gravidanza e portando alla nascita di bambini già tossicodipendenti e con gravi problemi fisici. La dipendenza colpisce anche i più giovani: si stima che siano quasi 100.000 i bambini che utilizzano quotidianamente l’oppio e anche l’eroina, “prendendo spunto” da genitori già vittime delle droghe. 

 

Nel 2000 i Talebani riuscirono effettivamente ad abbattere la produzione di oppio. Lo fecero nel tentativo di ottenere un qualche riconoscimento sul piano internazionale”, spiega Fabrizio Foschini, membro dell’Afghanistan Analysts Network. Fu un’azione, però, di breve durata: già l’anno successivo, l’imponente e sanguinosa invasione statunitense ha peggiorato drasticamente la situazione, portando ad un incremento della produzione del 340%. Gli Americani hanno provato limitatamente a fermare l’espansione della droga, stanziando poco meno di nove miliardi di dollari nel corso del ventennio. 

Perché questo fallimento americano? La distruzione dei campi tramite l’irrorazione aerea di pesticidi da parte del governo americano, fortemente osteggiata dall’Afghanistan, non ha prodotto riduzioni significative alle coltivazioni. Il tentativo di sostituire il papavero con altre coltivazioni non ha fatto altro che spostare i contadini in aree fuori dal controllo delle forze alleate. Inoltre, il seppur limitato miglioramento delle infrastrutture agricole ha avuto solo l’effetto di migliorare la coltivazione e la resa dell’oppio. 

 

In un precedente articolo, “La morte dell’Afghanistan”, abbiamo mostrato ampiamente come lo Stato stia attraversando la peggior crisi umanitaria della storia del ventunesimo secolo, una recessione determinata dall’abbandono americano e dal congelamento dei finanziamenti esteri. Il mercato dell’oppio e dell’eroina rimane l’unico ancora attivo e prolifico: la promessa del governo Talebano di eliminare le coltivazioni di oppiacei è venuta a mancare di fronte ad un’assenza prolungata di guadagno, costringendo a continuare le esportazioni in tutto il mondo. 

La situazione interna è spaventosa. Nella capitale afghana, sotto il ponte Pule Sukhta, a pochi chilometri dai palazzi governativi, centinaia di persone si ritrovano per consumare o ricercare una dose, già piegate dagli effetti. “È una battaglia che si combatte tra un mostro armato di ferro e un cavaliere con un coltello di plastica”, così l’alto funzionario del programma dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine dell’Afghanistan, Anubha Sood, rende l’idea di un fenomeno deleterio e distruttivo per la Nazione. 

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Arienti Stefano

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