Le cause individuali dei leader politici nella guerra

Gli individui sono uno dei soggetti principali all’interno dello studio delle cause della guerra, poiché i leader e decisori politici sono gli attori che in ultima istanza prendono la decisione di traghettare il proprio Stato nel conflitto o meno. Molte teorie delle Relazioni Internazionali, opposte a quelle “realiste” (che vedono nei decisori politici non una necessità per capire il comportamento e le interazioni statali), mostrano come in molte situazioni storiche celebri e, soprattutto, recenti sia stato il carattere del leader o l’assenza di un entourage d’opposizione forte ad aver portato a sanguinose guerre. 

Un primo livello d’analisi da compiere implica la possibilità che un capo di Stato dichiari guerra in seguito ad errori di percezione, ovvero che coglie aspetti del mondo non corretti rispetto alla situazione reale. In particolare sono due le circostanze che aumentano le probabilità di “abbaglio” e di rendersi inclini allo scontro. Lo stress, fisico ed emotivo, che aumenta in una situazione di crisi diplomatica e maggiori contatti con gli altri players: a tal proposito, la Grande Guerra vide un precedente aumento delle comunicazioni diplomatiche tra le grandi potenze in gioco, contribuendo ad alzare lo stress dei leader e portare successivamente alla guerra. Secondo elemento, quelli che vengono chiamati “bias emotivi”: si intendono tutte quelle convinzioni o predisposizioni nate dalla convinzione del leader di proteggere alcuni desideri, interessi o preferenze, limitando la propria capacità di decisore politico e della possibilità di cambiare “opinione” all’aggiunta di nuove informazioni. L’aumento continuo delle forze americane negli attacchi in Iraq e Afghanistan dal 2001 mostra una convinzione americana di protezione dell’Occidente dalla minaccia terroristica, considerata da molti studiosi eccessiva rispetto al criterio di proporzionalità del diritto internazionale. 

Un secondo ordine d’analisi è quello che viene definito “pensiero di gruppo”: la dittatura di un leader nel “gruppo lavorativo” o la voglia dei sottoposti di “farsi apprezzare” dal capo di Stato può portare ad un appiattimento di idee e ad un totale indirizzo politico incentrato sul singolo. Storicamente, il fallimento dell’operazione Kennedy alla Baia dei Porci a Cuba per rovesciare il governo di Castro fu, in parte, dovuta all’assenza di coraggio nell’esprimere dissenso o preoccupazione verso l’intervento. Similmente, l’opposizione a Putin nell’attuale scontro rimane silenziosa e assente verso quelli che sembrano essere vizi di un leader politico, non in grado – anche per motivi di sicurezza personale – di opporsi ad un invasione militare che sta rovinando drasticamente l’economia della Federazione. 

Sempre più studi, infine, hanno suggerito che un indizio cruciale per comprendere le cause della guerra a livello individuale è l’ottimismo con cui dichiaratamente i leader nazionali prendono parte agli scontri. Entrando nel dettaglio, le guide statali possono essere propensi ad illusioni positive, il ritenere che le proprie capacità individuali siano maggiori rispetto a quelle che effettivamente sono; l’imposizione di Putin come ricostruttore dell’antica gloriosa Unione Sovietica mostra un eccesso di ottimismo e un illusione impossibile rispetto alla situazione geo-politica in cui vivono molti ex Stati satellite dell’URSS, più inclini all’Occidente che a Mosca. Inoltre, anche un incremento repentino nella potenza militare e nei contatti economici con altre potenze – come può essere la Russia con la Cina – possono incrementare la fiducia e l’euforia del leader all’ingresso del proprio Paese negli scontri. 

Oggi più che mai, il carisma e il successo di un leader sono determinanti in qualsiasi sfera sociale, dall’economia, alla politica, al problema ambientale. L’attuale guerra in Ucraina mostra – anche – la propensione di un capo di Stato (Putin) in grado di plasmare e annientare il pensiero individuale della popolazione e di una opposizione politica, un sistema di Relazioni Internazionali completamente incentrato sulle sue capacità militari e sulla sua esperienza passata, un uomo (da se stesso) considerato intramontabile e inespugnabile, cresciuto a “pane e KGB” e senza che nessuno provi a contraddire i suoi ideali di “revanche”.

Condividi:

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Arienti Stefano

Arienti Stefano

Scopri altri articoli

Precedente
Successivo