Le donne della guerra: le storie di Lady Death e Charcoal

Una nel 1941. Una nel 2022. Entrambe in Ucraina, ma in due epoche diverse. “La Donna della Morte” e “Carbone” – tradotte dall’inglese – sono le storie di due donne che, rispettivamente, hanno combattuto e stanno combattendo in una guerra in Ucraina. Entrambe diventate due eroine, due simboli dei rispettivi conflitti, due cecchini mai catturati e che hanno reso grande la nazione per cui combattevano. 

“Eleanor Roosevelt: E voi chi siete?. Ljudmyla: sono un cecchino. Eleanor Roosevelt: Una donna cecchino? Ljudmyla: Nel nostro Paese le donne combattono in guerra insieme agli altri uomini. Eleanor Roosevelt: E quanti uomini hai ucciso? Ljudmyla: Nessun uomo, solo nazisti. Trecentonove” – “Battle for Sebastopol”, 2015. Ljudmyla Pavlichenko è la storia di una donna nata nel 1916, cresciuta a Bila Cerkva, un villaggio vicino alla capitale ucraina Kiev. Prima di diventare leggenda, Ljudmyla era una normale ragazza come molte nell’URSS di Stalin: una lavoratrice in fabbrica durante il giorno, una giovane studentessa la sera, con, però, un’incredibile abilità. Il suo talento le permetteva di avere il perfetto equilibrio tra coordinazione occhio-mano, stabilità muscolare, buona vista e pazienza. Questa sua dote ebbe modo di diventare utile in guerra, quando i tedeschi invasero l’Unione Sovietica nell’Operazione Barbarossa nel 1941. Da vera sovietica, Ljudmyla sentì il dovere di reagire, lasciò gli studi e si recò in battaglia, superando i pregiudizi di chi le consigliava di diventare infermiera. 

Era solo una delle 300.000 donne sovietiche ancora coinvolte nei combattimenti, il due per cento di tutta l’Armata Rossa. Il ruolo di Ljudmyla era uno dei più rischiosi in battaglia: i cecchini avevano un’aspettativa di vita di sole due settimane e le donne-soldato avevano molte più probabilità (se non la certezza) di subire violenze sessuali se catturate dal nemico. Ljudmyla, però, non venne mai catturata. E nella sua prima battaglia prese parte all’assedio di Odessa, un conflitto che ebbe luogo sul fronte orientale tra l’8 agosto e il 16 ottobre 1941. Uccise 187 soldati tedeschi e venne promossa a luogotenente. Pochi mesi dopo, all’assedio di Sebastopoli fece il medesimo numero di vittime, superando le trecento vittime naziste e procurandosi una formidabile reputazione come uno dei guerrieri più pericolosi di tutta l’Armata Rossa. 

La carriera di tiratrice di Ljudmyla Pavlichenko finisce nell’estate 1942, ferita gravemente da una granata. Si trasferì nelle retrovie, continuando ad addestrare nuovi cecchini fino alla fine dell’anno. Successivamente, considerata troppo preziosa “mediaticamente” per essere rimandata al fronte, viene inviata negli Stati Uniti e in Canada insieme ad una delegazione sovietica per un tour di conferenze che avevano lo scopo di convincere gli americani ad inviare più truppe in Europa in supporto degli Alleati. Durante il suo viaggio divenne la prima cittadina sovietica ad avere l’opportunità di visitare la Casa Bianca, quando il presidente Roosevelt la invitò personalmente. Al termine della guerra, Ljudmyla proseguì e terminò i suoi studi. Dopo aver conseguito un master in Storia, lavorò fino al 1953 come storica per la Marina sovietica. Ma la guerra lasciò un impatto duraturo sull’eroina, lottando fino alla fine dei suoi giorni con ferite, sordità, stress post-traumatico e alcolismo. Nonostante ciò, Ljudmyla Pavlichenko venne ricordata per sempre come eroina nazionale: oltre a ricevere due volte l’Ordine di Lenin, venne anche designata Eroe dell’Unione Sovietica. Anche dopo la sua morte, l’URSS ha continuato ad onorare il cecchino, presentandola su due francobolli statali. 

Ottant’anni dopo, in Ucraina (dallo schieramento opposto) è nata una nuova eroina. Dopo il “Ghost of Kyiv”, il pilota di jet che difende i cieli dagli attacchi russi, “Charcoal” è la nuova cecchina della storia contemporanea. Come in un circolo che si ripete, nella prima guerra in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, una nuova eroina nazionale sta difendendo la propria patria contro l’invasore. I social del governo la stanno facendo conoscere al mondo intero, così come “Lady Death” ottant’anni fa nell’Armata Rossa. La cecchina senza nome si è unita alle forze armate ucraine nel 2017, combattendo nel Donbass contro i separatisti russi. E quattro anni dopo, il 24 febbraio, è tornata a proteggere il suo Paese con un messaggio di guerra: “Dobbiamo eliminarli tutti! Queste persone non sono esseri umani. Nemmeno i fascisti erano così vili come questi orchi. Dobbiamo sconfiggerli”. 

Due donne. Due guerre. Una Nazione. Stesso ruolo e stesso obiettivo. Queste due storie (una più lunga dell’altra per ovvie ragioni) ci raccontano del coraggio che lega i combattenti dell’Est Europa. È una necessità, una volontà di proteggere la propria Patria anche a costo della morte. Un sentimento lontano da quello Occidentale, difficile da capire. Due donne. Due storie che si intrecciano. Due eroine in guerra per difendere ciò che più hanno e stanno amando. 

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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