Le origini della Mafia, parte II: l’ingresso nel mondo politico

La seconda parte di questo excursus storico-culturale dello sviluppo mafioso in Italia analizza l’allineamento politico della mafia, o meglio, la trasformazione del fenomeno in qualcosa di pluridimensionale, costringendo il Nord piemontese ad analizzare e cercare qualche forma legale per diminuire il violento impatto del brigantaggio. 

17 marzo 1861. L’Italia diventa ufficialmente unita, grazie all’azione e spedizione di Garibaldi. C’è, però, un grave smacco del grande condottiero e “unificatore” nei confronti del Sud e del contesto mafioso, visto come un eroe, un normale uomo vicino al popolo con le capacità militari di innalzare la Sicilia e tutta quella parte di territorio da sempre abituata ad un potere lontano e inarrivabile. Il successivo contributo, però, alla formazione della monarchia e la consegna dei territori conquistati alla famiglia Savoia, farà crollare il consenso del Sud, alimentando l’attaccamento alla mafia e l’opposizione nei confronti del nuovo “capo” legale piemontese. In aggiunta, il nuovo Stato inizierà a tassare il resto della penisola (molto più che i “governi” precedenti) e immetterà la leva obbligatoria, sottraendo per due o tre anni forza lavoro giovanile alle terre meridionali, aumentando ancora di più le tensioni tra i due poli. Il brigantaggio aumenterà in maniera spropositata, sostituendo completamente il governo piemontese e costringendo quest’ultimi a rispondere attraverso lo stato d’assedio e la cosiddetta “Legge Pica” (1963), la quale puniva con la fucilazione o lavori forzati a vita chiunque avesse opposto resistenza armata alla forza pubblica, senza alcuna distinzione tra criminalità comune e brigantaggio politico. 

L’ovvio fallimento di questa legge e lo stato d’eccezione portarono a numerose rivolte e atti violenti, ponendo una nuova difficoltà al governo centrale e a quello siciliano, in cui dal 1862 al 1866 si avvicendano a Palermo cinque questori, nessuno in grado di opporsi al sistema mafioso. Si giunse così al 1876, quando Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, avvinti dalla cultura positivista del tempo, scoprirono l’estrema povertà e violenza delle terre siciliane, dal lavoro minorile alla mafia. Si addentrarono in un processo di analisi sul campo nel tentativo di individuare possibili misure politiche per affrontare gli spinosi problemi, legando il problema mafioso ad una classe dirigente abituata allo sfruttamento delle istituzioni. La ricerca porterà ad una maggiore conoscenza di questo sintomo italiano, mettendo a fuoco il sistema della clientela e dei rapporti sociali, alimentando la fedeltà ad un gruppo ristretto di individui lontani dal mondo politico. 

Gli studi sempre più intensi, contrariamente ai risultati ottenuti, danno sempre maggior importanza e successo alla mafia, la quale sempre più ottiene spazio politico e la necessità dei diversi partiti di fronteggiare questo insostenibile problema. È così che, alla fine degli anni Settanta dell’Ottocento, il brigantaggio classico sta scomparendo, lasciando il posto ad un nuovo fenomeno pluridimensionale, non più ignorabile e causa, principalmente, di alti guadagni a smacco del governo centrale. È un cambiamento fondamentale che, come nelle Brigate Rosse degli anni Settanta e Ottanta, permise di “alzare il tiro” agli esponenti della mafia, andando a colpire la politica “penetrando” dall’interno. Il caso più famoso è quello dell’assassinio dell’ex sindaco di Palermo, l’aristocratico Emanuele Notarbartolo, il quale denunciò nel 1893 malversazioni legate allo scandalo finanziario della Banca Romana; il mandante, anni dopo, venne identificato nel deputato Palizzolo, mostrando come la mafia si stava già insinuando anche all’interno del Parlamento. 

Fino a questo momento, il mondo politico e quello mafioso giocano una gara, o meglio, il primo rincorreva il secondo senza però mai riuscire a fermare la sua espansione. Non unirono mai le forze, così come durante tutto il Novecento. Tra il 1891 e il 1894, sempre in Sicilia vennero a formarsi i “Fasci siciliani”, movimento composto principalmente da contadini e minatori con esponenti De Felice Giuffrida, Bosco e Barbato. Essi organizzavano leghe di mestiere sulla linea della resistenza economica al padronato, avvicinandosi ai già presenti moti esteri di socialismo e comunismo. La crisi agraria del 1893 aumentò i momenti rivendicativi nelle campagne, ondate di scioperi e grandi manifestazioni, togliendo sempre più gente al fenomeno mafioso e la fiducia verso il governo centrale. Quest’ultimo e la figura del capo di Stato Francesco Crispi, con il supporto della mafia (concretizzato principalmente nel “non disturbo” durante la repressione), intrapresero una dura campagna di violenza e scontri per fermare l’espansione dei Fasci siciliani, provocando decine di morti e centinaia di arresti, terminando con lo scioglimento definitivo del movimento, l’unica possibilità concreta di miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini meridionali. 

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Arienti Stefano

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