Le radici del razzismo

Giornali, social network, programmi televisivi. Tutto il mondo parla del fenomeno razzista come una delle problematiche principali del mondo contemporaneo. Questo sintomo, però, permane da sempre nelle società: nell’Antica Roma, per esempio, esisteva già una forte differenza tra mondo romano e mondo barbaro, con i secondi considerati privi di virtù e inferiori rispetto alla “razza” del grande Impero. L’esplosione del razzismo lo si ebbe, tuttavia, nei primi anni dell’Ottocento, dove studi sulle differenze etniche si andarono a mischiare con il nazionalismo dei molti Paesi colonizzatori occidentali. 

Dai Franchi-germanici nei confronti dei gallo-romani plebei o la ricerca fanatica anglosassone verso le proprie origini primordiali – soprattutto con i romanzi di Walter Scott -, il fenomeno del razzismo ha avuto origine esclusivamente nel mondo occidentale, nelle comunità maggiormente sviluppate e da personaggi di spicco della cultura neo-liberale. In particolare, la spinta delle scienze naturali ottenute con l’Illuminismo portarono ad uno sforzo di classificazione della persona umana, attraverso quella che viene definita “tassonomia”: in generale, è la branca della scienza che studia i metodi di ordinamento in sistema degli elementi, delle conoscenze, dei dati, delle teorie appartenenti ad un determinato ambito scientifico. Nel mondo ottocentesco europeo, si legò con feroce interesse all’anatomia, un presunto trattamento scientifico delle differenze razziali, con milioni di europei sottoposti a ricerche antropologiche per rendere possibili queste distinzioni.

Fino a qua, nulla dovrebbe portare a divisioni sociali o prevalenza mentale di una razza su un’altra; ma l’incrocio di queste ricerche e due principali fattori culturali deviarono questa classificazione verso una diseguaglianza sociale. In primis, dal punto di vista nazionalistico, la Germania, grazie alle teorie di Fichte, cominciò a mostrarsi – sia a sé stessi che al mondo intero – come l’unica tribù germanica incontaminata, utilizzatrice della stessa lingua viva da sempre e quindi con la possibilità di esportare questa sua “eccezionalità” al mondo. Secondariamente, si verificò in Europa una lettura distorta delle teorie di selezione naturale di Darwin, quel meccanismo evolutivo per cui le specie con caratteristiche più vantaggiose avevano maggiori possibilità di sopravvivere; seppur il naturalista britannico dimostrò la sua teoria esclusivamente nel mondo animale (studiando, infatti, le diverse specie presenti nelle isole dell’Arcipelago delle Galapagos), questo concetto venne fatto proprio dagli “individui forti” occidentali, che videro in questo pensiero la possibilità di imporsi e annullare le etnie considerate deboli. 

Lo sviluppo di queste teorie e l’applicazione scientifica di esse portò, tragicamente, alla nascita dell’eugenetica. Termine coniato nel 1883 da Francis Galton, indica quella disciplina che si prefigge di favorire e sviluppare le qualità innate di un certo gruppo di individui, di una razza, giovandosi delle leggi dell’eredità genetica. Il fascino che questa nuova pratica provocò al mondo occidentale fu enorme, come anche il rapido sviluppo in quella che viene definita “eugenetica positiva”: sterilizzazione forzata, forme di segregazione, esami medici obbligatori prematrimoniali; tutto questo venne sfruttato dal grande e sviluppato mondo occidentale, soprattutto negli Stati Uniti, dove malati mentali e soggetti affetti da sindrome di Down venivano privati della possibilità di riprodursi, non molto lontano da quello che attualmente sta accadendo in Cina nei confronti dell’etnia turca degli uiguri (articolo: “Il genocidio degli uiguri: il razzismo cinese”). 

Storici, politologi, musicisti e politici; chiunque avesse un minimo di potere e fama, in questi anni, venne trascinato dalla corrente di superiorità razziale. In Germania, il gigantesco musico Richard Wagner iniziò ad interpretare artisticamente i grandi miti del Romanticismo: l’arte, in un mondo di solo denaro, ha il compito di innalzare il mondo tedesco all’apice del suo vero valore, di sostituire le religioni e di imporsi su quelle razze considerate inferiori, in particolare quella ebraica. Quest’ultimi, in particolare, vennero “presi di mira” dopo che in Inghilterra, Houston Stewart Chamberlain mostrò la superiorità europea e, principalmente, tedesca: gli ebrei, oltre ai germanici, sono l’unica razza pura del mondo moderno, sfruttando questo loro potere estorcendo denaro e rovinando la società sviluppata europea. Lo scopo diverrà quindi quello di eliminare la “purezza malata” del mondo, denunciando alle autorità cospirazioni giudaiche infondate e cominciando una campagna di persecuzioni anti-ebraiche, permettendo, pochi anni dopo, ad un certo Adolf Hitler di insinuarsi nella civiltà tedesca ed europea, cominciando il suo grande progetto di rivoluzione mondiale. 

La “fisicità” razziale, oggi, ha un impatto nettamente inferiore. I casi di violenza non sono diminuiti, ma è aumentata invece la possibilità di denunciare questi atti in via mediatica, facendo conoscere al mondo disgrazie che ancora contornano il nostro pianeta. Il razzismo è un fenomeno nato e cresciuto in Europa e America, esaltato e divenuto credo per molte persone e intere nazioni; solo dopo i drammi dell’Olocausto questa necessità di imponenza occidentale andò scemando, lasciando spazio ad una qualità di vita migliore dal punto di vista di tutela del diritto umano. Nei Paesi non democratici, però, queste pratiche fisiche di sterminio di massa sono ancora in uso e ancora molti sono i genocidi per tutto il globo. La necessità di combattere questo fenomeno è urgente, nel tentativo di eliminare il prima possibile questi “complessi divini” che molti Stati o etnie vogliono attuare, cercando di evitare un ritorno ad un passato drammatico e macchiato col sangue di milioni di vittime. 

Condividi:

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Arienti Stefano

Arienti Stefano

Scopri altri articoli

Precedente
Successivo