Legalizzare la cannabis: la storia del referendum

Il quindici febbraio, la Corte costituzionale italiana si riunirà per pronunciare un iniziale verdetto relativo a diversi disegni di legge, tra i quali si trova il referendum sulla legalizzazione della cannabis

Vi è molta confusione riguardo al tema della vendita e del consumo della marijuana, diverse parole sono state dette e molte opinioni sono state proclamate, ma la storia della cannabis e della sua legalizzazione è di rado citata all’interno dei discorsi relativi a questo tema.

Per chiarire le controversie storiche che si sono susseguite dopo l’ascesa fascista, bisogna tornare al 1954. In questo anno fu emanata una legge che decretava illegale sia il consumo che la vendita della sostanza, senza porre delle differenze di pena tra spacciatori e fruitori. Questa decisione ebbe come conseguenza un aumento radicale delle carcerazioni di ragazzi molto giovani che, sulla fedina penale, presentavano come unico reato il consumo della cannabis. Ben presto però la legge n. 1041 (del 1954) iniziò a risultare obsoleta e poco efficace. Con l’arrivo dell’eroina in Italia, le prigioni si stavano sovrappopolando e si iniziò ad intuire che le droghe non fossero tutte uguali e non avessero tutte gli stessi effetti. La situazione però non cambiò fino al 1975, quando un politico radicale di nome Marco Pannella, si fece arrestare per il consumo di cannabis, rifiutando di accettare la libertà provvisoria fino a che il parlamento non avesse preso in considerazione l’idea di riformare la legge.

Grazie a questo gesto di protesta, nel 1975 la legislazione mutò, rendendo non più punibile il consumo di droga ma senza legittimarlo in alcun modo. I “dipendenti” da marijuana, invece di essere imprigionati, iniziarono ad essere inseriti all’interno di centri riabilitativi o in ospedali dove venivano trattati come veri e propri malati. Potevano, pertanto, essere loro prescritte diverse cure, spesso inadeguate, con farmaci che procuravano più danni che benefici. La nuova legge aveva risolto un problema evidente, ma ne aveva creati altri di dimensioni ragguardevoli. Essa, per esempio, andò a rendere impunibile l’utilizzo di qualsiasi sostanza stupefacente, senza andare a distinguere i diversi tipi di droghe. Questa decisione portò la società a considerare il consumo di tali sostanze inebrianti come lecito, e quindi portando il conseguente dilagare di vendita e assunzioni. Era consentito l’acquisto di ogni tipo di droga purché in “modica quantità”, una specifica che non faceva altro che complicare la questione, in quanto lasciava ampio spazio decisionale a giudici e funzionari dello stato, spesso incapaci di emettere sentenze giuste e imparziali. 

Tra gli anni ’70 e ’80, iniziò a dilagare il consumo di eroina, marijuana e cocaina. Tutti i ceti sociali stavano familiarizzando con l’utilizzo di stupefacenti: i poveri si facevano di eroina, i ricchi potevano permettersi la cocaina mentre giovani ed artisti consumavano soprattutto acidi e cannabis. Solo nel 1990, con la legge Jervolino-Vassalli, conosciuta come “Testo Unico”, la situazione iniziò a smuoversi. Lo scopo di tale legge era quello di sistemare e sanare i buchi lasciati aperti dalla precedente legislazione. Si tornò a sanzionare il consumo delle sostanze, questa volta, però, con pene amministrative e si introdusse la famosa distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti e la marijuana fu da subito inserita nelle droghe meno pericolose. La vendita, lo spaccio e la cessione gratuita dovevano essere, secondo tale disposizione ministeriale, punite con il carcere (dai due ai sei anni); tuttavia anche in questo caso vi furono diverse controversie: la quantità non era specificata ma, ancora una volta, definita da una specifica all’interno della legge che lasciava ampio spazio interpretativo. Le norme non permettevano di distinguere adeguatamente venditori e semplici consumatori. Un semplice fruitore rischiava di finire in prigione unicamente perché possedeva una quantità di poco superiore a quella “permessa”. 

La legge era inadeguata e anche i funzionari dello Stato se ne accorsero. Si decise di cambiarla nuovamente nel 1991, un anno dopo, rendendo più chiaro il testo di legge. Gli spacciatori iniziarono ad essere considerati tali solo a seguito di un’indagine contestuale, ove si ricercavano vere e proprie prove della vendita, non più limitandosi alla quantità di cannabis trovata nell’abitazione. Ma, di nuovo, dopo pochi anni, si fecero diversi passi indietro. Nel 2005 venne approvata la legge Fini-Giovanardi, con la quale si andarono ad eliminare le distinzioni tra droghe leggere e pesanti e tornarono in vigore dei limiti quantitativi. Una persona, per non finire nel campo delle sanzioni penali, poteva possedere al massimo 500 milligrammi di cannabis. Questo provvedimento portò nuovamente ad un sovraffollamento delle carceri, che iniziarono ad essere colme di “tossicodipendenti” accusati di spaccio. Si inasprirono le pene, sia a livello detentivo che a livello amministrativo: un piccolo venditore rischiava sei anni di carcere mentre un consumatore doveva aspettarsi l’annullamento della patente e l’impossibilità di lasciare il proprio domicilio in determinate ore del giorno.

La situazione si mosse solo dieci anni più tardi, nel 2015, con il decreto Lorenzin, che aggiornò il Testo unico. L’acquisto per uso personale ritornò ad essere materia di sanzione amministrativa e la pena di spaccio, nelle situazioni meno gravose, poteva essere scontata tramite lavori socialmente utili e non più con il carcere. Questa è, ad oggi, la legislazione vigente. Tuttavia, il 15 febbraio si scoprirà se il Testo Unico potrà essere nuovamente modificato. Cosa comporterebbe l’approvazione del Referendum? Tale referendum mira a rendere legale la coltivazione di marijuana, fino ad un massimo di quattro piante per individuo ed eliminare qualsiasi pena detentiva stabilita per le condotte, ad oggi illegali, legate alla sostanza, come per esempio, la cessione gratuita o il commercio.

Quello legato alle droghe è un discorso molto ampio, nel quale spesso interferiscono interessi o opinioni che rendono le dispute poco oggettive. La storia, tuttavia, parla chiaro: serve una legislazione precisa e accurata nei minimi dettagli in modo da non alimentare l’incertezza e la confusione in materia di droghe e che permetta alla giustizia di essere esercitata in modo ottimale, senza più permettere incarcerazioni ingiustificate e ingiustificabili.

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Arienti Stefano

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