L’erosione democratica in America Latina

L’anno 2022 si preannuncia oscuro per i diritti umani e la democrazia in America Latina. Diversi rapporti dipingono un quadro spiacevole della situazione politica, economica e sociale per la regione, avvertendo delle sfide che i Paesi del subcontinente dovranno affrontare: erosione democratica, attacchi allo Stato di diritto e crisi migratoria

L’allarmante declino delle libertà fondamentali in America Latina ci costringe a difendere spazi democratici che davamo per scontati”, ha affermato Tamara Taraciuk Broner, direttore ad interim per le Americhe dell’organizzazione Human Rights Watch (HRW). Nel rapporto globale 2022 dell’ente internazionale ha inoltre aggiunto che “Anche i leader saliti al potere attraverso elezioni democratiche, hanno attaccato la società civile indipendente, la libertà di stampa e l’indipendenza della magistratura”.

Il timore è tanto, come anche le conseguenze portate in gioco dalla pandemia Covid-19. Il Centro Studi Internazionali dell’Università Cattolica del Cile (CEIUC) ha mostrato nel suo rapporto come “Venti milioni di posti di lavoro sono stati distrutti. I livelli di lavoro informale sono esplosi, la diseguaglianza è aumentata e la povertà colpisce quasi un terzo (della popolazione)”. Governi e leader hanno così utilizzato la pandemia come pretesto per concentrare più potere, limitare la libertà di stampa e, talvolta, violare i diritti umani. 

In Messico, il problema principale che da anni massacra i locali dello Stato è la guerra alla droga. I numerosi cartelli si scontrano tra loro per il controllo delle diverse zone di spaccio, portando inevitabilmente a migliaia di morti ogni anno. 

Secondo i dati diffusi dal National Search Commission, sono quasi 100.000 le persone scomparse nel Paese negli ultimi dieci anni, la maggior parte dovuta alla guerra tra queste organizzazioni criminali. Come mostrato dal filmato di Julia Galiano-Rios per la BBC News, è compito delle famiglie cercare i loro cari, addentrandosi anche nei territori di guerra e chiedendo direttamente ai cartelli i luoghi dei recenti scontri. Raramente si ritrovano corpi e il supporto delle autorità locali è praticamente inesistente: “Le autorità e i cartelli vanno così, assieme”, afferma nel video Charlìn Unger, madre in ricerca dal 2019 del figlio scomparso. 

La situazione in Colombia è drammatica tanto quanto quella messicana, in cui l’erosione democratica proviene dallo stesso governo attualmente in carica. 

Dal 28 aprile 2021, dure proteste cittadine iniziarono contro la riforma tributaria del regime politico di Ivan Duque (Presidente della Colombia dall’agosto 2018), accusato di aver abbandonato l’implementazione degli accordi di pace, di aver gestito nel peggiore dei modi la crisi sanitaria e di voler far pagare i costi di tale abbandono alle fasce più povere.

Per due mesi le manifestazioni sono aumentate e non si sono frenate le dure repressioni delle forze dell’ordine. Al 14 di giugno sono venticinque le denunce di stupro, 58 i morti e centinaia le persone scomparse, di cui i familiari non hanno notizie da settimane. Si denunciano anche centri di tortura installati dentro a grandi locali commerciali, testimoniati da alcuni video che circolano in rete ma che vengono smentite dalle autorità. La brutalità della polizia colombiana ha perciò costretto la Commissione interamericana sui diritti umani (CIDH) ad investigare per le oppressioni commesse e sulle riforme dell’attuale presidente. 

Due stati governati a senso unico da troppo tempo. Non esiste una visione di crescita economica e di sviluppo di quelle infinite risorse di cui questi paesi sono padroni; la libertà per questi popoli appare come un concetto distante ai governi in carica, concentrati solo a supervisionare il dilagare della criminalità organizzata per evitare che il mondo esterno conosca più del necessario. È arrivata l’ora che gli Stati Uniti non si limitino ad osservare lo sgretolarsi di questi paesi ma che intervengano pragmaticamente per risollevare le sorti di questi “piccoli giganti”.

Il Cile, con la recente elezione di Gabriel Boric, sembra essere una speranza per il subcontinente, una chance per la democrazia e per una popolazione tormentata da anni da un governo autoritario e inefficiente. Rimane però, in questo contesto latinoamericano, ancora una eccezionalità, con la speranza che non diventi, di nuovo, una semplice illusione. 

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Arienti Stefano

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