Libertà d’espressione e media in Cina

La libertà dei media in Cina sta diminuendo “a una velocità vertiginosa”, secondo i molti report e dichiarazioni dei giornalisti stranieri nel territorio. Cronisti e inviati vengono esclusi dalle informazioni principali, ma anche la stessa popolazione cinese viene attaccata dalle forze dell’ordine durante le manifestazioni. Da anni il governo cinese copre le molte accuse per le violazioni dei diritti umani nello Xinjiang (articolo “Il genocidio degli uiguri: il razzismo cinese”) e le dure repressioni nei riguardi delle manifestazioni di Hong Kong. 

 

Il giornalismo è una delle vittime più colpite da questa limitazione mediatica. Secondo il rapporto del Foreign Correspondents Club (FCC) cinese, i giornalisti devono affrontare quotidianamente aggressioni fisiche, hacking, trolling online (“troll” come quell’utente dedito a provocare discussioni insultando e stuzzicando gli altri partecipanti di una comunità online) e negazione del visto. Nonostante la FCC sia stata etichettata dal governo come una “organizzazione illegale”, il suo report scuote timore e preoccupazione per gli Stati esteri, i cui giornalisti vengono talmente “molestati” da abbandonare spesso la Cina continentale o elaborare piani di fuga per precauzione. 

 

Anche per il terribile genocidio attualmente in corso verso l’etnia turcofona degli uiguri, il governo cinese ha tentato di coprire le controverse informazioni. Secondo il rapporto, numerosi sono stati i casi di aggressione verso quei giornalisti che hanno provato a ottenere informazioni nella regione dello Xinjiang: “Il videografo ed io siamo stati colpiti in faccia, il mio labbro sanguinava e hanno confiscato parte della nostra attrezzatura”, dichiara un giornalista assalito dalla polizia in borghese; agenti che, nel 2021, hanno seguito all’aeroporto e nell’area del check-in il corrispondente della BBC per la Cina John Sudworth, costretto a rifugiarsi a Taiwan per le notizie riportate riguardo il genocidio. 

 

L’assenza di libertà d’espressione è visibile anche nella popolazione cinese: dal 2014, migliaia di manifestanti di Hong Kong protestano con frequenza per le sempre più frequenti violazioni che Pechino sta mettendo in atto per limitare la libertà di stampa e d’informazione. Hong Kong, seppur appartenga alla Cina, è di fatto una regione amministrativa speciale, ex colonia inglese e dallo stampo politico ancora “britannico”: la Basic Law inglese di fine anni ’90 ha consegnato alla regione “La salvaguardia dei diritti e le libertà dei cittadini” per cinquant’anni (fino al 2047). Nonostante ciò, sempre più le autorità governative di Pechino pressano i residenti e i giornali per un avvicinamento alla pseudo-trasparenza mediatica e politica tipica del Partito Comunista Cinese, con il metodo della violenza e della repressione. 

 

Le pretese dei giornali e, soprattutto, degli abitanti di molte regioni della nazione, mostrano una più forte “voglia di Democrazia”, di assomigliare sempre più all’Occidente liberale, slegato dalle catene della repressione mediatica e di stampa. Il regime autoritario a partito unico sta decadendo: per quanto sofisticato, l’invecchiamento organizzativo del sistema cinese e dei leader non riesce più a controllare la popolazione, cadendo in un escalation di corruzione, violenza e alienazione delle masse. Di fianco, i forti cambiamenti socioeconomici degli ultimi anni stanno promuovendo sempre più le richieste di un ingresso della democrazia: alfabetizzazione, tasso di urbanizzazione crescente, miglioramento delle tecnologie e globalizzazione, rendono instabili le fondamenta autocratiche e avvicinano il popolo a quell’Occidente sempre più attraente. 

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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