Libertà o sicurezza?

In un precedente articolo, “Protezione digitale e libertà d’espressione”, abbiamo sottolineato la difficoltà delle aziende tecnologiche ad assecondare le richieste dell’Unione Europea riguardo il controllo dei dati e degli algoritmi. Similmente, le persone tendono sempre più a pretendere una maggior libertà d’espressione piuttosto che una sicurezza sulla protezione del proprio database personale.

Questo stesso discorso assume un valore notevole quando si parla di sicurezza concreta, non virtuale o digitale. Gli innumerevoli attentati terroristici degli ultimi vent’anni pongono la medesima domanda: preferiamo più libertà e dibattito o una maggiore sorveglianza?

 

Il terrorismo sconvolge il mondo occidentale dall’11 settembre 2001, disegnando nella nostra mente quelle immagini di sconforto e terrore, volte a rimanere una tela indebile nella nostra memoria.

Il senso di colpa per non aver intercettato i terroristi di Al-Qaeda (provenienti e reclutati dalla “cellula di Amburgo”, studenti universitari scelti e perfettamente “occidentalizzati”), ha portato gli Stati Uniti e i suoi alleati ad adottare una nuova dottrina della sicurezza, basata sulla sorveglianza globale mirata a neutralizzare qualsiasi cellula terroristica venisse individuata. La rivoluzione della Rete e della “digitalizzazione delle vite”, ha aperto l’era della massiccia raccolta di dati personali: ci sono voluti più di dieci anni perché l’opinione pubblica e i parlamenti dei Paesi prendessero coscienza dell’esistenza e sviluppo di questi nuovi strumenti, rivelati al mondo nel 2013 dal famoso ed ex appaltatore dell’Agenzia per la sicurezza nazionale americana (NSA), Edward Snowden. La rivoluzione tecnologica offriva agli Stati un potere ineguagliabile di “spionaggio” della vita privata della popolazione, come se si fosse di fronte ad un “censimento continuo”, secondo le parole di Snowden. 

Da questa rivelazione in poi non si è solo aperto un dialogo globale sulla questione della sorveglianza, ma gli altri paesi si sono messi in guardia dalla potenza Americana.

 

L’imponente ritorno di questi temi fu il 13 novembre 2015, quando un commando di attentatori kamikaze colpì la capitale parigina: sei volte in 33 minuti, portando alla morte di 130 persone. Il 17 dicembre 2021, tre mesi dopo l’inizio del processo degli attentati al Bataclan, Patrick Calvar (capo della direzione generale della sicurezza interna dal 2012 al 2017) mostrò come l’attuale quadro giuridico per il rispetto della libertà individuale equivalga a privarsi di potenti mezzi tecnologici per il monitoraggio di migliaia di sospetti in tutta Europa. In particolare, l’uso della biometrica (sistema che consente il riconoscimento di un utente attraverso l’analisi delle caratteristiche fisiologiche e comportamentali) avrebbe garantito il divieto di ingresso nell’area Schengen di Abdelhamid Abaaoud, il coordinatore del commando terroristico. “Se vuoi fare il controllo delle frontiere, hai bisogno di tecnologia […] Questi attacchi mettono in discussione le scelte politiche. Vogliamo una società di maggiore sorveglianza? Le tecnologie esistono. Ma vogliamo un po’ meno libertà?

 

Meno libertà per più sicurezza o più sicurezza per meno libertà. Sono due equazioni che richiedono in entrambi i casi molte riserve. 

È possibile un binomio sicurezza-libertà? Se l’aspetto tecnologico sembra essere inefficace per rispondere alla domanda, l’aspetto terroristico rende tutti più seri e impauriti. 

Gli attentati al World Trade Center e, poi, quelli al Bataclan mostrano un’assenza di contatto tra l’intelligence globale e il mondo giuridico-legislativo; una distanza che alimenta tentazioni populiste esclusive, incapacità di applicazione delle leggi e conservatorismo dottrinale, di fianco a paura e reazione eccessiva. 

 

Nella nostra idea di democrazia non avevamo di certo previsto che così tante minacce esterne potessero colpirci e ferirci personalmente. Da quando il mondo ha conosciuto l’estremismo Islamico ha iniziato a ragionare su una parte della democrazia che non avrebbe mai considerato. Come ci si difende da un attacco alla libertà occidentale se in realtà il valore della democrazia stessa è la libertà? Non ci sarà una vera risposta a questa domanda fino a quando non capiremo che i confini della nostra democrazia odierna sono “disintegrabili” e poco sicuri. Basta un semplice video a mettere in discussione anni e anni di costruzioni politico-sociali, facendo sprofondare una popolazione nel terrore. La libertà genera un istinto di responsabilità che va ben oltre alla lotta di alcuni ideali, ma pone le basi di un ordine pragmatico comportamentale davanti a chi minaccia di sterminare e cancellare vite umane.

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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