Lo spettro della guerra in Bosnia ed Erzegovina

Sono passati trent’anni da quel terribile 1992, quando la capitale della Bosnia, Sarajevo, venne assediata dall’esercito serbo e una guerra civile della durata di tre lunghi anni avrebbe portato alla morte di oltre centomila persone. Nonostante i leader serbi di questi anni, Radovan Karadzic e Ratko Mladic, stiano scontando l’ergastolo per genocidio e crimini contro l’umanità, la popolazione bosniaca vive in uno Stato incapace di progredire, soprattutto per l’attuale membro serbo dell’attuale Presidenza della Bosnia-Erzegovina, Milorad Dodik, dal 2018 al vertice del Paese per un nuovo mandato. 

 

La guerra civile bosniaca ebbe inizio l’1 marzo 1992, quando lo Stato sanciva definitivamente la sua indipendenza, nonostante il boicottaggio e la posizione contraria dei Serbi. La guerra di dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Iugoslavia vedeva nel Paese il coinvolgimento dei tre principali gruppi nazionali, serbi, croati e bosgnacchi, portando a violenti massacri e riportando una euforica Europa post Guerra Fredda in un clima di tensione e terrore.

La conclusione degli scontri avvenne solo nel novembre 1995, quando i leader dei tre gruppi etnici siglarono i cosiddetti “Accordi di Dayton”, sotto la forte pressione politica dell’amministrazione Clinton. Il trattato di pace e gli impegni massicci di NATO e USA non tardarono ad attenuarsi, fino a svanire completamente dopo breve periodo: il dettagliato percorso di stabilizzazione della Nazione bosniaca venne in poco tempo abbandonato, lasciando ancora allo sbaraglio un Paese alquanto decentralizzato, senza margine di limitazione per i gruppi bosniaci e croati. 

 

Un fragile equilibrio quello che per trent’anni ha tenuto in piedi lo Stato, fino a quando il Presidente di turno Milorad Dodik non ha accresciuto le tensioni secessioniste all’interno del Paese. Ex presidente del Governo della Repubblica Serba dal 2006 al 2010, è accusato dall’inizio dell’anno per la crisi istituzionali e politica nel territorio, ma anche di aver violato, secondo gli Stati Uniti, i lontani accordi di Dayton. 

L’ultimo caso è avvenuto il 9 gennaio, quando la comunità serba ha festeggiato il cosiddetto “Giorno della Republika Srpska”, il trentennale dell’atto di secessione organizzato da Dodik che ha portato alla nascita di una Repubblica serba in Bosnia e avvenimento centrale per lo scoppio della guerra. Una ricorrenza, dichiarata dalla Corte costituzionale di Sarajevo come discriminatoria verso i cittadini non serbi, che ha visto migliaia di persone riversarsi nelle strade di Banja Luka, assistendo alla sfilata delle forze di polizia ed esponendo slogan nazionalisti a favore dei condannati all’ergastolo della guerra civile. Questa parata non è altro che simbolo di una instabilità politica, insita nella doppia personalità della Bosnia, un Paese diviso in due entità e costretto ad una presidenza ambigua e congiunta. 

 

I bosniaci sono tutti ostaggi del passato, di fronte a ricordi di sangue e piombo che mostrano la morte di migliaia di persone. Per molti cittadini non esiste una distinzione, una linea di demarcazione che divide serbi da bosniaci: “Gli sparti erano ovunque. Tutte le cose peggiori stavano accadendo in quel momento.”, così afferma alla BBC News una donna serbo-bosniaca, il cui ricordo del fratello morto nel 1994 e il terrore del massacro permangono ancora nella sua mente. 

È la sensazione peggiore del mondo tenere tra le braccia il proprio figlio morto”, dicono due coniugi di fronte alle telecamere, ricordando quel momento in cui forze serbe sfondarono il tetto della propria abitazione e uccisero il proprio giovane figlio: “Sentivo qualcosa di caldo tra le mie mani. Il sangue correva lungo le mie braccia”.

Ucraina e Russia. Croazia e Bosnia. Sono molteplici le tensioni che perdurano in questi territori, i ricordi che dilaniano i locali di questi Paesi e la speranza di liberarsi dalle catene di un passato non così tanto lontano. 

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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