Malessere democratico: la disaffezione giovanile

Olivier Galland, sociologo e direttore di ricerca del CNRS (la più grande organizzazione di ricerca pubblica in Francia) e Marc Lazar, professore di storia e sociologia a Sciences Po, hanno condotto un’indagine su larga scala prendendo 8000 giovani di età compresa tra i diciotto e ventiquattro anni, con lo  scopo di mostrare le ampie differenze politiche con le generazioni precedenti. 

Il risultato è stato l’individuazione di una “disaffiliazione politica” tra le classi sociali più giovani, esiste un declino dell’attaccamento al sistema democratico, posizionandosi spesso e volentieri fuori dal dibattito politico e senza riconoscersi in nessun partito. È un effetto completamente nuovo, non spiegabile semplicemente con una “inesperienza politica”, ma un sentimento di distacco verso una vecchia democrazia che non favorisce le richieste delle nuove leve. La “fuga” dai partiti e l’attenzione – quasi “fanatica” – verso le questioni sociali, non permettono a molti giovani di rispecchiarsi in un sistema statale ancora “antico” e inefficace a risolvere le nuove questioni. 

 

 Utilizzando come campione di paragone le generazioni tra gli anni ’50 e ‘80, possiamo osservare drastici cambiamenti nel rapporto elettori-partiti

Negli anni ’50 presero piede negli Stati Uniti i cosiddetti “modelli della socializzazione” della Columbia e Michigan School, con lo  scopo di mostrare le relazioni tra votanti e votati: spiccava in questo contesto sociale una identificazione di partito poco “pensata”, deviata piuttosto dalla forte influenza familiare e dal contesto sociale; l’effetto contenuto dei mass media (principalmente la televisione) la quale aveva il semplice compito di rafforzare ancora di più le scelte dell’elettore già predeterminate. 

Oggi, invece, potremmo affermare completamente l’opposto. L’imponente sviluppo dei mezzi di comunicazione e dell’“information processing” (raccolta, elaborazione e organizzazione delle informazioni acquisite dall’elettore), ha dato vita a quello che il politologo statunitense Anthony Downs definisce “elettore ragionante”: la ragionevolezza dell’uomo permette di rendere determinanti quei fattori di voto a breve termine, ovvero lo spostamento di una decisione dettata dal contesto sociale ad una decisione basata sulle influenze mediatiche e sulle costruzioni social.

 

Sono due traiettorie completamente opposte, che vedono come fattore di rivoluzione il sistema mediatico. L’elettore ragionante utilizzerà quello che viene definito “approccio cognitivista”: l’enorme quantità di informazioni possibili da reperire su Internet sono troppe per essere trattenute ed elaborate, permettendo esclusivamente di risolvere i propri quesiti politici nel modo più semplice e veloce possibile. Il cosiddetto “reasoning voter” è quindi succube di un nuovo sistema di mass media, un costante “tsunami” di notizie che creano un contesto di “marketing politico-elettorale”: come in un negozio o al mercato di un paese, i partiti propongono una propria offerta politica, un prodotto sotto forma di leader e programmi cercando di presentarsi come i perfetti spazi politici per colui che deve votare. 

 

Non stiamo parlando di un rifiuto del sistema democratico a favore di  una nuova forma politica, ma di una sempre più arretratezza dei partiti e delle campagne elettorali di fronte ad elettori sempre più stanchi di dover scegliere il “meno peggio”. L’interesse giovanile verso temi sociali rende difficile il classico lavoro dei gruppi partitici, sempre più deboli e oscurati dai nuovi movimenti sociali, organizzazioni più “fluide”, meno politiche e con una maggiore facilità di raggiungere la  pancia degli spettatori.

Siamo in quella che Bernard Manin definisce “democrazia del pubblico”, una folla stanca di una competizione, di costanti “guerre” tra partiti che gareggiano come in un concorso di bellezza; è una classe giovanile capace più delle vecchie generazioni di osservare quali sono i veri problemi mondiali. È una generazione “globale” e “interconnessa” che preferisce non più i vecchi spettacoli politici, le lotte tra comunismo o capitalismo, tra destra e sinistra; vuole una maggiore attenzione verso diseguaglianze, oppressioni, ambiente e istruzione, indipendentemente, però, da chi le porta avanti. E’ una sfida tra una generazione che chiede contenuti e una classe politica che presenta solo uno specchio di proposte appannate per elargire consensi.

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Arienti Stefano

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