Pericolosi e vulnerabili

La pandemia e le sue varianti. Gli incendi australiani. Le carestie e guerre africane. Infine, l’invasione in Ucraina. Gli ultimi due anni sono stato tutt’altro che piacevoli per la razza umana e, seguendo le parole di “Vulnerabili: come la pandemia sta cambiando la politica e il mondo”, libro dell’accademico italiano Vittorio Emanuele Parsi, “l’umanità si è riscoperta vulnerabile”. Grazie all’aiuto del politologo ed editorialista, cercheremo di capire quanto contraddittori e inefficienti siamo diventati negli ultimi decenni, sempre più “astratti” e impauriti di fronte ad una sconfitta, costantemente alla ricerca dell’efficienza e del profitto. Siamo pericolosi: nessuna altra specie come quella umana danneggia il pianeta Terra, portandolo quasi a doverci “cacciare” per poter vivere tranquillo. Siamo vulnerabili: seppur ci riteniamo “i più forti”, siamo fragili di fronte alla stessa struttura che ci siamo costruiti attorno. Questi drammi degli ultimi due anni e le milioni di morti che hanno portato, mostrano e ci obbligano ad affrontare un’apparente contraddizione e un reale paradosso: “L’umanità è la specie più infestante, quella più minacciosa per la sopravvivenza del pianeta Terra, ma è anche la componente più vulnerabile del mondo che ha costruito intorno a sé negli ultimi decenni”. Siamo come uno spaventoso gigante, che calpesta tutto ciò che incontra, ma che quando si guarda allo specchio si spaventa di chi vede riflesso. 

I risultati mostrano che per il cervello andare in una casa degli orrori è anche simile a correre per cinque chilometri o arrampicarsi su una parete di roccia. C’è un iniziale senso di incertezza, un’attivazione del corpo, una sfida a spingersi oltre e infine la soddisfazione, dopo che tutto è finito”, così  la professoressa di sociologia dell’università di Pittsburgh (Pennsylvania), Margee Kerr ha concluso il suo esperimento sulla condizione di piacere che gli uomini provano durante e dopo una sensazione spaventosa. Seppur il suo esperimento si basava sull’intervista a diverse persone dopo essere entrate in una casa degli orrori, questo piacere costante durante una situazione indefinita e nuova è ciò che la specie umana prova e sta attraversando durante l’era digitale. Dall’avvento della iper-globalizzazione e della digitalizzazione, abbiamo amplificato in maniera sempre crescente la nostra interdipendenza e la nostra “astrattezza”: ci siamo occupati di rendere “tecnologico” tutto, abbiamo cercato di sostituirci il più possibile con le macchine e di creare strutture virtuali in cui vivere una seconda vita. Spesso, però, questa interdipendenza e digitalizzazione ha portato a lasciare indietro aspetti della vita umana basilari e che, una volta intaccati, hanno fatto crollare tutto il magico mondo in cui vivevamo. L’incombere della pandemia, per fare un esempio, ha mostrato l’inefficienza sanitaria di molti Stati (Italia compresa), un’incapacità di anticipare e adattarsi ad un virus nuovo e altamente mortale per certe classi d’età. Ci siamo dimenticati che era la ridondanza delle strutture attorno a noi a consentirci di vivere meno insicuri, limitando il peso della nostra vulnerabilità: “Questo modello fondato su una ricerca del profitto e dell’efficienza a qualunque costo, la cui forza sembrava in grado di macinare qualunque opposizione, si è dimostrato vulnerabile proprio a partire dal fattore critico per definizione: quello umano”, dichiara nel libro il professor Parsi. 

Ogni persona che si trova in una situazione paurosa o pericolosa “attiva” la cosiddetta modalità “fight or flight”, combatti o scappa. E noi, fino ad oggi, abbiamo sempre deciso di combattere; combattevamo, però, guerre contro noi stessi, contro nemici che sapevamo di poter battere. Non abbiamo (in certe parti del mondo) mai tenuto in mano un fucile e premuto grilletti; abbiamo sempre vinto le battaglie personali, migliorando tecnologicamente un sistema costantemente ritenuto vecchio e antiquato. Il covid-19 e, in questi precisi momenti, la guerra in Ucraina sono due rivali che da decenni non  vedevamo sul nostro pianeta: dopo più di cento anni da una pandemia così velocemente trasmissibile e mortale (la “Spagnola”) e settantasette anni dalla fine della Seconda guerra mondiale in Europa, l’uomo (soprattutto quello occidentale) deve scontrarsi con qualcosa di molto più grande di lui, senza ancora una cura nel caso del virus e senza un accordo nel caso della guerra. 

Talmente ci sentiamo liberi che siamo completamente chiusi in gabbia. Non siamo in grado, prima di tutto, di vedere le nostre fragilità, di individuare quali sono i campi della società più deboli e più a rischio, incentrati esclusivamente a mostrarci come i più ricchi e più forti. Siamo deboli, sfaticati e (probabilmente) troppo furbi per poterci veramente “attivare” in casi di estrema urgenza e fino a quando non capiremo di non essere eterni, potremo veramente diventare i più ricchi e potenti. “Il punto di partenza dovrebbe essere quello di concepirsi come l’equipaggio di un solo e insostituibile vascello […] Sulla nave il fattore umano è il più vulnerabile e il meno rimpiazzabile, e proprio per questo tutto il sistema deve essere concepito a partire da lì”, Vittorio Emanuele Parsi. 

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Arienti Stefano

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