Protezione digitale e libertà d’espressione

Venerdì 7 gennaio, il presidente francese Macron e il capo della Commissione europea, Ursula von der Leyen, hanno ufficialmente “sfidato” le multinazionali digitali. È un atto pubblico che, se approvato dal Parlamento europeo, andrà concretamente a regolamentare le più grandi aziende digitali d’Europa e del mondo, in particolare Google e Facebook. 

Il “Digital Services Act” ha lo scopo, secondo il testo ufficiale dell’Unione Europea, di “proteggere meglio i consumatori e i loro diritti fondamentali online” e di istituire “un quadro efficace e chiaro in materia di trasparenza e responsabilità delle piattaforme online”. L’intento, in concreto, è quello di frenare l’incitamento all’odio, le minacce di morte e la radicalizzazione politica sui social media. 

L’obiettivo è la protezione dei diritti fondamentali della società sulle grandi piattaforme Internet, eliminando rapidamente qualsiasi contenuto venga giudicato (dalla popolazione stessa o da una persona di contatto per ogni azienda) illegale in video, post e commenti. 

L’arena di battaglia è nell’articolo 31. L’Unione ordina che le aziende digitali concedano accesso diretto ai propri dati e una consegna pubblica annuale dei rischi del proprio software. È sicuramente una novità radicale, molto lontana dagli attuali “parametri digitali occidentali” e molto più vicina a quelli del non così tanto lontano oriente. 

L’obiettivo dell’UE è quello di poter esaminare con certezza l’impatto dei social network sulla società, sulla politica e sull’economia. Nel caso di Facebook, per esempio, potremmo sapere l’influenza sulla popolazione, il come vengono promossi alcuni messaggi e gli algoritmi che garantiscono il formarsi di alcune “bolle” mediatiche. L’ultimo dubbio è chi, nel concreto, dovrà occuparsi della richiesta d’accesso ai dati delle aziende, se i dipendenti di una autorità di vigilanza nazionale, il Commissario UE per il Mercato Interno oppure il Commissario UE alla Giustizia. 

Tutto ciò, però, non è altro che un immenso paradosso. L’Unione Europea e Macron hanno di fronte un popolo completamente succube di queste aziende digitali, le quali garantiscono un palco a chiunque voglia esprimere il proprio pensiero, estremo o pacifico che sia. È quella che Castells (sociologo e politico spagnolo) chiama “auto-comunicazione socializzata”: è la rete che provvede a sciogliere i diversi nodi della comunicazione; essa è “auto-diretta nell’emissione”, dove tutti possono emettere tutto, e “auto-selezionata nella ricezione”, un ricevere solo in base alle mie preferenze e alla mia “camera di risonanza” (Sunstein, professore presso la Harvard Law School) di cui faccio parte.

Noi stessi pretendiamo una “maschera che ci protegga il volto”, ma al contempo reclamiamo un palcoscenico, completamente libero, su cui recitare. Questo problema è dimostrato dall’imponente successo che nuove applicazioni di messaggistica hanno ottenuto negli ultimi anni. Telegram (articolo “I social contro la democrazia: il caso Telegram”, 20 gennaio 2022), elogiata per il suo ampio spazio di libertà – principalmente dalle correnti estremiste – è stata più volte bocciata per la sua inefficienza di privacy e sicurezza. La sua crittografia, tecnicamente chiamata “end-to-end”, risulta completamente inutile nel caso in cui il telefono venga rubato, violato o confiscato, garantendo così la possibilità di rendere pubblici tutti i messaggi personali. 

Gli innumerevoli sforzi, non solo dell’Unione Europea, continuano ad apparire inefficaci di fronte al “mostro” di Internet. Un’entità immateriale che “scavalca” le stesse aziende che lo sfruttano ed elude il controllo politico-istituzionale. 

Più che una gara è un rincorrere della democrazia, la quale deve stare al passo di un mondo sempre più virtuale e “balcanizzato”, dove ognuno può simboleggiare il suo ego senza ascoltare quello degli altri. Siamo trascinati da una corrente che si allontana sempre più dal mondo democratico, dalla rappresentanza e dal rispetto: siamo coscienti di ciò (se no non richiederemmo una maggiore sicurezza dei nostri dati), ma sembra quasi che ci piaccia, sempre più attirati dal “poter dire ciò che voglio” piuttosto che una sicurezza personale e ascolto altrui. 

Non resta altro che chiedersi se Internet potrà mai essere una risorsa per la democrazia o se stiamo naufragando verso un nuovo mondo politico. 

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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