Russofobia

Lady Gaga, Michael Douglas, David Lynch, Madonna. Medvedev, Lewandowski e, più in generale, la Fifa. In questi giorni tutto l’Occidente si sta schierando a favore dell’Ucraina, dicendosi apertamente e senza mezzi termini contro l’invasione portata avanti dalla Russia. Hollywood e tutto il mondo cinematografico, le maggiori competizioni sportive e i grandi esponenti “culturali” europei e americani hanno colto le numerose occasioni e cerimonie per richiamare l’attenzione sulle pazzie del presidente Putin. Non stiamo parlando del mondo politico-economico, ovviamente schierato e interessato a limitare tutte le fonti di guadagno possibili di Mosca; ma, il semplice “populus” che, mediaticamente e non, condannano e richiedono che tutto il mondo “civile” parteggino per l’Ucraina e la popolazione nascosta dai bombardamenti. Quello che mostreremo non è la più che giusta presa di posizione delle star allo scopo di influenzare i propri followers, ma il rischio, storicamente tipico durante e al termine di una guerra, di formazione di una fobia verso tutto ciò che ha a che fare con l’invasore, in questo caso la Russia. 

Analizziamo uno dei casi novecenteschi più importanti e che, ancora oggi, provoca nei confronti della nazione tedesca stereotipi e insulti mediatici. Al termine della Seconda guerra mondiale e alla sconfitta del Nazismo, il processo di Norimberga giunse alla decisione di una necessità di “cambiamento psicologico” verso la civiltà tedesca che, utilizzando le parole del Procuratore Capo Robert Jackson, fu “la vera vittima” dell’esperienza tragica appena trascorsa. In particolare, due percorsi vennero intrapresi dai vincitori per “ricreare” il popolo germanico. La cosiddetta “Collective Amnesia”, come un far totalmente dimenticare alla fascia d’età adulta l’esperienza appena passata, lasciandosi alle spalle il capitolo nazista e le milioni di vittime dell’Olocausto; secondariamente, dopo aver compiuto il primo passaggio, si passò alla “Collective Memory”, far ricordare il Nazismo come un periodo buio della propria nazione e della propria storia. Seppur negli anni subito successivi il processo il 91% della popolazione tedesca affermerà come fossero stati manipolati e resi vittime da Hitler e la sua propaganda, ancora oggi permangono stereotipi e preconcetti riguardo a posizioni e affermazioni politiche anche minimamente vicine alla destra nazionalista. 

Questo è il rischio che al termine della guerra potrebbe venirsi a creare, un totale odio e discriminazione verso la popolazione russa al di la di come si concluderà lo scontro, un’avversione ed esclusione denominata “russofobia”. In Germania, per esempio, il direttore dell’ospedale universitario di Monaco ha inviato pochi giorni fa ad un consulente una mail che, tramite deviazioni, è terminato su Facebook: “A causa della grave violazione del diritto internazionale da parte dell’autocrate Putin, ora rifiutiamo categoricamente il trattamento dei pazienti russi. I pazienti ucraini sono ovviamente i benvenuti”. Seppur il pentimento del mittente, questo fatto mostra una reazione esagerata nei confronti di persone che tutto c’entrano tranne che nell’invasione in Ucraina. 

Non c’è solo il corso su Fëdor Dostoevskij cancellato dall’Università Bicocca di Milano. In Italia sono tanti gli episodi di russofobia”. In Italia a denunciare l’intolleranza crescente anti-russa è stato Sandro Teti, editore specializzato in resti russi e dello spazio post-sovietico. Nessuno si aspettava l’invasione e nessuno giustifica l’aggressione. La preoccupazione di molti esperti, però, rimane la già volontà di esclusione di certe persone di origini russe dal loro lavoro e dalla società. Marc Innaro, corrispondente della Rai da Mosca e salmista di formazione “semplicemente per aver riportato il punto di vista ufficiale del governo e di gran parte dell’opinione pubblica russa è stato attaccato duramente dal Partito Democratico”, chiedendo addirittura la sua rimozione, ha evidenziato Teti. 

La russofobia, come anche quella nei confronti di altre culture, non è in Italia e nel resto dell’Occidente qualcosa di nuovo. È un fenomeno millenario, declinato nel corso dei secoli e in aree sempre diverse. In pochi ne parlano, per la paura crescente di subire ripercussioni economiche e sociali. L’autrice e sceneggiatrice russa Anastasia Gorokhova, che vive da anni a Berlino, ha pubblicamente preso le distanze da Putin e dalla sua guerra; nonostante ciò, la pressione subita per dichiarare via social la sua opposizione per non subire effetti sulla propria reputazione continua a farsi incessante; costantemente, la richiesta di avvalorare l’invasione e rifiutare – quasi – la propria patria si fa sempre più incessante e insopportabile per tutti i russi che anche da decenni vivono distanti da Mosca. “Sembra una merda in questo momento appartenere a questa nazione”, quella russa, che da molti anni ha poco a che fare con l’altra nazione, quella di Putin. 

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Arienti Stefano

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